giovedì 9 ottobre 2014

ROSA FRESCA AULENTISSIMA (Lezioni Minime, dalle origini al trecento, Storia della Letteratura Italiana, secondo capitolo)

Lezioni Minime - Storia della letteratura italiana

DALLE ORIGINI AL TRECENTO  

Per leggere i capitoli precedenti:
Primo Capitolo

Secondo Capitolo
ROSA FRESCA AULENTISSIMA 

Dopo le guerre di Provenza, i giullari si riversarono in maniera massiccia e capillare in tutta la penisola italiana. 
Così di conseguenza, nel giro di pochi anni, la poesia laica in volgare, specie a tematica amorosa, che aveva fatto la fortuna dei poeti occitani, si diffuse in tutta Italia, riscuotendo così tanto successo da favorire, se non addirittura determinare la nascita della Letteratura Italiana. 

Ovviamente, in un'Italia estremamente frammentata come quella del 1200, teatro non solo delle guerre tra Impero, Papato e Comuni, ma anche di guerre civili all'interno delle stesse istituzioni comunali, l'avvento e lo sviluppo della Letteratura non potevano avvenire in maniera identica e uniforme. 
Però, se ragioniamo per grandi numeri, possiamo individuare tre grandi aree geografiche: il nord, dove all'imitazione e alla traduzione delle poesie dei provenzali iniziò ad andare di moda la poesia mistica, allegorica e visionaria; il centro, dove dominò la poesia religiosa; il sud, dove sempre ispirandosi alla poesia laica provenzale, nacque la prima "scuola" poetica della storia della Letteratura Italiana. 

Partiamo proprio dal sud. 
Per riportare la sede dell'Impero in quella che era ancora ritenuta la sua sede naturale, l'Italia appunto, e per controllare più da vicino le manovre politiche del Papa, Federico II di Svevia decise di trasferire la corte imperiale in Sicilia. 
Con l'ambizione di emulare gli antichi imperatori romani, Federico II investì moltissimo, con scopi ovviamente propagandistici, nella cultura. 
Tra le altre cose, fondò l'Università di Napoli e la Scuola Medica di Salerno. E, cosa che ci interessa maggiormente, attorno al suo regno, favorita e incoraggiata direttamente dalla sua persona, fiorì la cosiddetta Scuola Siciliana. 

Come già detto, si tratta a tutti gli effetti della prima scuola poetica (o primo movimento poetico, che dir si voglia) della Letteratura Italiana. Ma con una caratteristica del tutto particolare. Anzi, più che particolare, diciamo proprio assurda e grottesca: nessuno dei suoi componenti era un poeta né, più genericamente, un letterato. 
Com'è possibile tutto ciò?
Semplice: una delle grandi ambizioni di Federico II era proprio quella di avere una poesia di corte, ma non essendoci in Sicilia poeti "di professione" (non dimentichiamoci che la Letteratura Italiana doveva ancora nascere), investì dell'altissimo compito persone che poeti non erano, ma erano tutti uomini di legge, avvocati, notai, tutti freschi di laurea all'Università di Napoli fondata dall'Imperatore. 

Di gran parte della letteratura che tutti noi abbiamo studiato a scuola, ne conserviamo un ricordo decisamente pesante. Ecco, nel caso della Scuola Siciliana, il liceo non c'entra: è veramente pesante e poco sostenibile. 
Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Certo i siciliani furono importanti, importantissimi: oltre a dare il "la" alla poesia in volgare italiano, tra le tante cose inventarono il sonetto, che divenne da subito la forma metrica d'eccellenza della poesia italiana. Ma se si parla di emozioni proprio no, non ci siamo. La poesia dei siciliani è fredda, schematica, per forza di cose - non essendo veri poeti e quindi non mossi da reale necessità nello scrivere - costruita a tavolino. 

Su che basi però, Giacomo da Lentini e gli altri autori siciliani, costruirono queste poesie a tavolino? 
Sulla base ovviamente della poesia dei trovatori provenzali, quella poesia "importata" in Italia, e quindi anche in Sicilia, dai giullari. 
I sonetti e le canzoni della scuola siciliana, ricalcano infatti (a volte sono praticamente delle traduzioni) gli schemi tematici dei trovatori e dell'amor cortese: la perfezione della donna, l'amore come un patto di fedeltà tra il cavaliere/servitore e la dama/padrona e via dicendo. 

Ma dove la troviamo la "mano" dei giullari, la traccia del loro passaggio? 
Come si è detto nel capitolo precedente, il giullare era un artista poco classificabile, essendo contemporaneamente attore, ballerino, musico e scrittore. Ovvio quindi che spesso e volentieri i giullari, senza alcuna soluzione di continuità, si mescolassero e si confondessero ai letterati "puri". 
Proprio nella Sicilia dei primi decenni del 1200 troviamo uno dei casi più lampanti, interessanti e divertenti di questa mescolanza. 

Prima di tutto, una precisazione: della scuola siciliana noi non leggiamo gli originali.  
Quando a metà secolo crollò l'Impero svevo nell'Italia del sud, gran parte dei suoi patrimoni andarono perduti. Tra questi, i manoscritti dei poeti della Scuola Siciliana. 
E allora, se andarono perduti, come facciamo a leggerli? Presto detto: gli originali furono trascritti da copisti toscani, che però non si limitarono a ricopiarli, ma li tradussero. Perciò noi non leggiamo gli originali in volgare siciliano, ma le traduzioni in volgare toscano. 
Tutti tranne uno, il componimento intitolato Rosa fresca aulentissima. 
Perché, tra i tanti, questo fa eccezione? Perché il suo autore, tale Cielo d'Alcamo, di cui sappiamo quasi nulla, non era un poeta della Scuola Siciliana, ma bensì un giullare.

Facciamo un po' d'ordine e cerchiamo anzitutto di capire due cose: cosa sappiamo di questo autore e cosa sappiamo di questo testo?
Partiamo dalle certezze: Cielo d'Alcamo (anche se probabilmente non si chiamava così, ma su questo torneremo dopo) era sicuramente un giullare, molto vicino ai poeti della Scuola Siciliana, anch'egli siciliano e vissuto nella prima metà del 1200.
Rosa fresca aulentissima, unico testo a noi noto dell'autore, è un contrasto, cioè un componimento tipico del repertorio comico giullaresco, e fu scritto senza dubbio dopo il 1231(promulgazione delle Costituzioni Melfitane) e prima del 1250 (morte di Federico II).
Da dove ricaviamo queste certezze? Semplicemente dall'analisi diretta del testo. Perciò, non perdiamoci troppo in altri discorsi superflui e andiamo a vedere la poesia.

Si tratta, si è già detto, di un contrasto. Come funzionavano, come erano fatti questi contrasti? Il contrasto era una specie di poesia in forma di dialogo, con un botta e risposta tra due personaggi, sempre un uomo e una donna, con uno schema abbastanza semplice di una battuta per strofa.
Un dialogo quindi, che ci richiama immediatamente il teatro e la recitazione in genere. Ecco quindi perché i contrasti erano una specie di "cavalli di battaglia" del repertorio dei giullari: non si limitavano a declamarli, ma li recitavano, interpretando e mimando contemporaneamente entrambi i personaggi.
Quindi, per essere precisi, più che una poesia, il contrasto è il testo di una breve azione teatrale recitata da un solo attore (il giullare) che recita contemporaneamente tutte le parti.
Ed essendo pure il contrasto di derivazione provenzale, era anche accompagnato dalla musica.

Si diceva nel capitolo precedente come i giullari, durante i loro spettacoli, recitassero le poesie dell'amor cortese dei poeti trovatori. Vero, verissimo. Solo che oltre a recitarle (e a diffonderle) ne facevano anche la parodia.
Ecco, il contrasto era anche questo: la parodia della poesia amorosa dei poeti trovatori.
La tematica dei contrasti infatti, era sempre quella. L'uomo faceva esplicite avances sessuali alla donna, lei all'inizio rispondeva sdegnata e sdegnosa, lui insisteva in un crescendo di allusioni e doppi sensi erotici e lei alla fine si concedeva. L'esatto contrario delle passioni spirituali dell'amor cortese.

Rosa fresca aulentissima non fa eccezione, trattandosi di contrasto a tematica erotica. Il suo autore quindi, Cielo d'Alcamo, non può che essere un giullare.
Un giullare siciliano per la precisione, visto che la lingua del contrasto è un siciliano molto popolare, che ricalca lo strato sociale dei due protagonisti dell'azione scenica, un gabelliere (cioè un esattore delle tasse) e una popolana (anche i personaggi, sempre di umili origini, sono la parodia degli amanti aristocratici della poesia dei trovatori).
Ma è lo stesso nome dell'autore a darci la prova definitiva del suo essere giullare siciliano. D'Alcamo, cioè di Alcamo o da Alcamo, paese a pochi chilometri da Palermo.
Cielo invece, con ogni probabilità è un toscanismo derivante dall'errore di un copista. Come hanno dimostrato illustri studiosi (De Bartholomeis, Toschi, D'Ancona... ), il vero nome del nostro autore è Ciullo.
Lo possiamo intendere in due modi, o come diminutivo di Vincenzo - Vincenzullo, oppure come vero e proprio nome d'arte. Tutti i giullari ne avevano uno, ed era sempre un nome scurrile, carico di doppi sensi erotici e sessuali.
Ciullo infatti, altro non è che uno dei mille modi per chiamare l'organo genitale maschile. Essendo un giullare, e leggendo il testo di Rosa fresca aulentissima propendiamo decisamente per questa ipotesi.

Ovvio che a scuola mica ce la raccontano tutta sta storia... ma fosse solo per il pudore di non dire che questo autore aveva scelto di chiamarsi come il pisello, non sarebbe poi così grave. Il delitto vero e proprio lo fanno le antologie, che pur riportando sempre Rosa fresca aulentissima quasi sempre ne censurano completamente la spiegazione corretta, preferendo giri di parole incomprensibili che, oltre ad annoiare a morte i poveri studenti, sono colossali menzogne.

Vediamolo allora, questo testo.
La scena è la piazza di una città. C'è il gabelliere, che sta facendo il giro della riscossione delle tasse, per strada, mentre la donna è affacciata alla finestra. Il gabbelliere la vede e dice:

"Rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state,
le donne ti disiano, pulzell' e maritate:
tràgemi d'este focora, se t'este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia"

La parafrasi, pare abbastanza semplice: "Rosa fresca e profumatissima, che appari verso l'estate, le donne ti desiderano, quelle giovani e quelle maritate".
La Rosa, da che mondo e mondo, nella poesia è simbolo della donna amata. Lei, la popolana affacciata alla finestra, è la rosa che appare verso l'estate. Semplice, semplicissimo.
Ma siamo sicuri? Qui c'è più di qualcosa che non torna. Prima di tutto, come fa una rosa ad apparire, e quindi a fiorire, verso l'estate? D'estate le rose non fioriscono, appassiscono e si bruciano, semmai. E poi, la donna è così tanto fresca e profumata che le donne la desiderano? Le pulzelle e le maritate??
No, proprio non torna questa parafrasi.
Allora, qual è quella corretta? Usciamo dalla dimensione strettamente letteraria ed entriamo in quella della messa in scena del contrasto.
Concentriamoci sul personaggio maschile: il gabelliere all'epoca indossava un lungo gonnellone nero, facilmente sollevabile. Questo perché alla coscia, legato con un laccio, portava il Libro Mastro della riscossione delle imposte. Ogni casa doveva fermarsi, sollevare il gonnellone, tirare su la coscia e segnare sul libro se la famiglia aveva pagato oppure no. Il tutto in una posizione simile a quella delle gru, con una gamba a terra e l'altra sollevata.
Ed è proprio in questa posizione che il nostro gabelliere si trova all'inizio del componimento, come una gru, intento a controllare il Libro Mastro.
A cosa serve sapere queste cose? Serve a capire l'intera poesia. Vediamo perché.
Quel particolare tipo di gonnellone, in volgare siciliano aveva un nome specifico, si chiamava state (o stati). Se allora la state della fine del primo verso non è l'estate, e se il gabbelliere sta nella posizione della gru, è chiaro che la rosa fresca e profumatissima non è la donna, ma qualcos'altro.
La rosa che appare verso la state, verso il gonnellone, è sempre lui, il pisello, il ciullo in persona. Ecco perché le donne lo desiderano, le pulzelle e le maritate!!
Capito questo, il resto della parafrasi diventa davvero semplicissimo: "tirami fuori da questo calore, se ne hai volontà, per te non ho sollievo, notte e giorno, pensando proprio a voi, donna mia".
Non è la donna a non dargli sollievo, ma la rosa, che lo tormenta - facile immaginare come, proprio quando pensa alla donna.

Lo schema narrativo del contrasto, si è già detto.
La donna respinge i bollenti spiriti dello spasimante in maniera netta e definitiva. Leggiamo nella sua risposta:

avere me non pòteri a esto monno,
avanti li cavelli m'arritonno.

Capito? Lei gli dice che piuttosto che darsi a lui, si toserà i capelli, cioè piuttosto che andare a letto con lui preferisce farsi monaca.
Ma il nostro gabbelliere non si dà per vinto.

Se li cavelli arritonniti, avanti foss'io morto,
ca' n issli mi pèrdera lo sollaccio e 'l diporto.
Quando ci passo e vejoti, rosa fresca de l'orto,
bono conforto donimi tutte l'ore,
poniamo che s'ajunga il nostro amore.

Le dice che preferirebbe morire, se lei si facesse monaca. Con la perdita dei capelli, lui perderebbe la gioia e il piacere.
Al di là del senso letterale, capito la sottigliezza, capito la parodia dell'amor cortese? Al giullare-gabelliere questa fanciulla piace fisicamente, lo attrae dal punto di vista erotico e sensuale, la vuole portare a letto, l'amore platonico non c'entra nulla. Infatti, senza capelli non lo attirerebbe più!
E affinché non sussista alcun dubbio sulle sue reali intenzioni, lui chiude dicendo: poniamo che s'ajunga il nostro amore, cioè "facciamo in modo che si coniughi il nostro amore", cioè che si intrecci in senso fisico.
Visto che lui proprio non sente ragioni, la ragazza a questo punto passa alle minacce. Se non la smette, dice lei nella strofa successiva, chiamerà i suoi parenti a fargli dare qualche bella legnata di lezione.
Ma neanche le minacce scompongono il nostro gabelliere. Appena sente la ragazza nominare la vendetta dei suoi parenti, ecco che sfodera la battuta più satirica dell'intero contrasto. Le dice:

Se i tuoi parenti trovanmi, e che mi pozzon fare?
Una defensa mettonci, di dumil' agostari:
non mi toccare padreto per quanto avere ha in Bari.
Viva lo 'mperadore, grazi a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?

La parafrasi è la seguente: "Se i tuoi parenti mi trovano, che mi possono fare? Io ci metto una defensa di duemila augustari: e tuo padre non mi può toccare per tutti gli averi della città di Bari. Viva l'Imperatore, grazie a Dio! Capisci, bella, quel che ti sto dicendo?".
Sì, la bella fanciulla ha capito, e fin troppo bene, quel che gli sta dicendo il gabelliere.
Ma noi, noi abbiamo capito? No, noi non abbiamo capito una mazza. Il perché questo passo ci suona incomprensibile è semplicissimo: non sappiamo cosa fosse la defensa.
Nel 1231, durante un periodo d'assenza di Federico II dalla Sicilia, scoppiò una rivolta popolare in tutta la regione. Gli aristocratici riuscirono a domarla, reprimerla nel sangue e a difendere il palazzo dell'Imperatore dall'assalto.
Come ricompensa ai nobili per aver salvato la sua corte, Federico II appena tornato promulgò le Costituzioni Melfitane, una serie di leggi che ampliavano a dismisura i privilegi aristocratici in tutto il territorio dell'Impero.
Tra queste vi era appunto la defensa, una specie di assurda e pazzesca tassa sullo stupro. In parole povere: ogni nobile o alto borghese maschio poteva tranquillamente stuprare una popolana a patto che, a stupro appena ultimato, gettasse sul corpo della ragazza la somma prevista dalla tassa, duemila augustari. Pagato questo indennizzo, lo stupratore non era più perseguibile dalla legge. Nel caso in cui, richiamati magari dalle urla della donna, fossero arrivati i parenti di lei, sarebbe stato sufficiente che lo stupratore, levando le braccia al cielo, gridasse "Viva l'Imperatore, Grazie a Dio!", per far capire che aveva pagato la defensa, e nessuno avrebbe potuto toccarlo. Se lo avessero toccato, i parenti sarebbero subito stati impiccati, senza nemmeno un processo.

La spiegazione di questo passo è, come si suol dire, la quadratura del cerchio.
Solo un giullare, e non certo un poeta di corte al servizio dello stesso Imperatore, poteva lanciarsi in una satira così netta e graffiante.
Peccato solo che nessuno, o quasi nessuno, lo ricordi, e che sempre, o quasi sempre, un testo divertente e ferocemente satirico come Rosa fresca aulentissima, venga trasformato nell'ennesima noia mortale da sopportare durante le ore di scuola.
La defensa aveva di fatto legalizzato lo stupro.
Non spiegare a dovere questo testo, è di fatto la tacita legalizzazione dello stupro della Letteratura Italiana.

Giovedì prossimo non perdere:
Terzo Capitolo, GIULLARI IN UMBRIA
dove si vedrà come anche la grande poesia religiosa di Francesco d'Assisi e Iacopone da Todi fu influenzata in maniera decisiva dai giullari.

VUOI APPROFONDIRE QUANTO HAI APPENA LETTO?
Ecco alcuni suggerimenti:
ho setacciato le antologie scolastiche di mezzo mondo, senza trovare una spiegazione che mi soddisfi, né suoi contrasti in generale, né su Rosa fresca aulentissima in particolare;
perciò, ti consiglio di andare in biblioteca e cercare questi due libri: Le origini del teatro italiano, di Pietro Toschi, edizioni Il Mulino, volume I, dove si parla moltissimo della diffusione dei giullari in Italia nel 1200, del genere dei contrasti e nello specifico di Ciullo d'Alcamo e di Rosa fresca aulentissima; cerca anche, ma devi andare in una biblioteca veramente grande, un libro immortale dello storico Alessandro D'Ancona, Le origini della poesia italiana, risalente addirittura al 1891!
se vuoi invece qualcosa di più contemporaneo, l'unico che ha affrontato in maniera davvero approfondita la questione è Dario Fo in Mistero Buffo, dove oltre a spiegarci origine e natura dei giullari, dedica un capitolo intero proprio a Rosa fresca aulentissima; il libro lo trovi in tutte le librerie edito da Einaudi; lo spettacolo lo trovi tranquillamente su YouTube.

mercoledì 8 ottobre 2014

INCREDIBILE... MA VERO!


LESTOrie... in diretta dal lestobunker... 


INCREDIBILE... MA VERO!

Aficionados amatissimi nostri,
rieccoci qui con voi nel consueto spazio del mercoledì, LESTOrie, rubrica d'argomenti molteplici, ma che in particolare è dedicata alle quotidiane follie e alle quotidiane assurdità che ammorbano il pianeta terra da cui noi, bene ricordarlo per i neofiti, siamo scappati a gambe levate rifugiandoci qui nel lestobunker, centinaia e centinaia di chilometri sottoterra.
 
Oggi amici cari, si parla di STORIE INCREDIBILI. Non incredibili nel senso di eroiche, ma incredibili nel senso di GROTTESCHE, idiozie colossali commesse da uomini e donne di tutto il mondo nel loro quotidiano.
Le abbiamo cercate e catalogate, nell'intento di fare, un giorno, un'enciclopedia universale della stupidità.
Ovviamente, in questa ricerca catalogante, s'è fatto una ferrea selezione. Anzitutto nell'elenco delle storie incredibili abbiamo escluso tutte le LEGGENDE METROPOLITANE, tipo quella dei coccodrilli nelle fogne di New York, per intenderci. Visto che siamo persone serie/serissime, abbiamo scelto solo ed esclusivamente quelle COMPROVATE, REALMENTE ACCADUTE.
Sono migliaia, comunque. Perciò, al solito, la ferrea selezione di questo post è stata dettata solo ed esclusivamente dal nostro gusto, che è pessimo, ma non importa.
Orbene, squillino le trombe e mandiamo subito sta tranche di follie dal mondo... se ne avete altre, segnalatecele e vedremo di pubblicarle... tre due uno... VIA!
 
LA MUMMIA SUL WATER (Serbia)
Milan Dzombic, di anni 76, pensionato di Belgrado, morì per un improvviso malore mentre era tranquillamente seduto sul water di casa sua, dove viveva da solo.
Fin qui niente di strano. Cose che succedono, purtroppo. Il problema è che, essendo il poveraccio tipo completamente solitario e privo di parenti, NESSUNO SI E' ACCORTO DELLA SUA MORTE. La pensione continuava ad essere accreditata normalmente sul suo conto corrente, così come sempre sul conto gli venivano addebitati l'affitto e le altre utenze.
Fino all'anno successivo, quando il corpo è stato trovato a causa dell'allagamento dell'appartamento del piano di sotto per la rottura di un tubo.
Il corpo, rimasto nell'ambiente fresco del bagno, dopo un anno era COMPLETAMENTE MUMMIFICATO.
 
CON LA FORZA DEL PENSIERO (Cina)
Assurdo!
Un mago cinese di appena ventidue anni, a Pechino, convinto di possedere poteri paranormali, si è sdraiato sulle rotaie della ferrovia CONVINTO DI RIUSCIRE A FERMARE IL TRENO CON LA SOLA FORZA DEL PENSIERO.
Il tutto davanti agli occhi della madre, cui il giovane pretendeva orgogliosamente di mostrare i suoi superpoteri.
Inutile dire com'è andata a finire...
 
IL GIALLO DEL PRESEPE (Italia)
In Lombardia, sotto Natale, un ladro ha rubato le statue del bue e dell'asinello di una piccola chiesa di provincia. Pare che le statue fossero molto preziose. Ma il colpo non è andato a buon fine. Il ladro è stato intercettato e arrestato il giorno dopo, e la refurtiva recuperata e rimessa al suo posto.
Niente di strano, se non che il brigadiere autore dell'arresto risponde al nome di SEBASTIANO GESU'.
 
MI SPARO TRE VOLTE (USA)
West Virginia, Stati Uniti d'America.
Un tizio è finito all'ospedale per TRE FERITE d'arma da fuoco al piede, sempre lo stesso, il destro.
La dinamica, spiegata dall'uomo ferito agli inquirenti, è PAZZESCA: sorseggiando birra (chissà quanta... ) si è messo a pulire le sue TRE PISTOLE. Prima una calibro 32 da cui, pulendola, è PARTITO UN COLPO FERENDOLO AL PIEDE. Al di là del fatto che di solito le pistole si puliscono quando sono scariche, la cosa più incredibile è che l'uomo ha dichiarato: "però non mi faceva molto male... così ho continuato a pulire le mie pistole!".
Allora ha preso la seconda pistola, calibro 38, e anche da questa, pulendola, è partito un colpo che gli ha centrato l'ALLUCE DESTRO. "Sinceramente questo secondo colpo mi ha fatto un po' male", ha dichiarato l'uomo (e vorrei vedere!!), "ma già che c'ero ho continuato!".
E allora ha preso la terza pistola, altra calibro 32, dalla quale è PARTITO IL TERZO COLPO.
A questo punto l'uomo, che di sicuro appartiene alla corrente filosofica dello stoicismo, si è arreso, recandosi all'ospedale col piede tutto bucherellato...
Io boh...
 
CONGELARE SCOIATTOLI (USA)
Storia di violenza domestica, come purtroppo se ne sentono tantissime al giorno d'oggi.
Un marito, in California, ha picchiato la moglie mandandola all'ospedale.
Cosa c'è di pazzesco? IL FATTO CHE L'ABBIA PICCHIATA USANDO GLI SCOIATTOLI CONGELATI CHE LA COPPIA TENEVA IN FREEZER!!!
Lasciamo stare la violenza domestica per una volta... e concentriamoci su un'altra cosa: PERCHE' CAZZO STI DUE CONGELAVANO SCOIATTOLI????
 
ANATRA IN TRIBUNALE (USA)
Un trentaseienne del Colorado, il giorno prima del suo matrimonio, è stato AGGREDITO da un'anatra nel suo giardino. Per sfuggire all'AGGRESSIONE, è caduto lesionandosi due vertebre. Si è dovuto sposare con un busto rigido, fare tutto il viaggio di nozze immobilizzato e, quel che è peggio, ha pure perso il lavoro.
Gli avvocati dell'uomo hanno CITATO IN GIUDIZIO L'ANATRA, CHIEDENDO UN RISARCIMENTO DANNI DI UN MILIONE DI DOLLARI.
L'esito del processo, è a tutt'oggi sconosciuto...
 
RAPINA MISTICA (USA)
E' accaduto in una chiesa cattolica di New York.
Durante l'omelia del sacerdote Napoleon Harris, tre banditi armati e incappucciati hanno fatto irruzione nella chiesa intimando tutti i fedeli di sdraiarsi a terra e consegnare tutti i loro averi. Il sacerdote non si è scomposto, e mentre i fedeli terrorizzati cominciavano a consegnare i loro soldi ha continuato con la predica, ammonendo i banditi e chiedendogli di fermarsi "nel nome del Signore".
Miracolo: I TRE BANDITI SI SONO FERMATI, INGINOCCHIANDOSI E PENTENDOSI. Assoluzione del parroco e novantadue minuti di applausi dei fedeli.
Peccato solo che una settimana dopo si è scoperto si trattasse di una messa in scena organizzata dallo stesso sacerdote...
Mah...

VIGILI IRREPRENSIBILI (Italia)
In Liguria una pattuglia della Stradale ha FERMATO UN'AMBULANZA PER ECCESSO DI VELOCITA'. Tutto perché, ovviamente, l'ambulanza non aveva la sirena spiegata.
L'autista dell'ambulanza ha spiegato, e soprattutto HA MOSTRATO AGLI AGENTI come all'interno dell'Ambulanza ci fosse un FERITO GRAVE con una EMORRAGIA INTERNA in corso, e che la sirena non era stata azionata solo per la fretta di ripartire all'istante.
Gli agenti non hanno sentito ragioni, e CON TUTTA CALMA HANNO STILATO IL VERBALE MULTANDO L'AMBULANZA DI LIRE 140.000.
 
L'AUTOBUS ROVINAFAMIGLIE (Inghilterra)
Storia pazzesca accaduta a Londra.
Lui e lei si sposano. Tutto normale.
Lui in viaggio di nozze la porta a vedere ESCLUSIVAMENTE DEPOSITI DI AUTOBUS (un po' meno normale).
Le foto della luna di miele sono 36MILA, TUTTE DI AUTOBUS (molto poco normale).
Pochi mesi dopo i due sposi hanno un incidente nel quale la donna resta seriamente ferita. Motivo dell'incidente: il marito si era distratto PER GUARDARE UN AUTOBUS.
A quel punto la donna esasperata è sbottata: O ME O L'AUTOBUS.
Pare che lui, per rifletterci e rispondere, abbia fatto un giro in autobus... e lei ha chiesto il divorzio...
 
E con questo, per oggi, è davvero tutto..
Alla prossima, aficionados!!
 
il Lesto
 
 
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martedì 7 ottobre 2014

CARO RENZI TI SCRIVO...

LestOpinioni

CARO RENZI TI SCRIVO...


Egregio Presidente, Spettabile Segretario,
mi permetto di scriverLe alcune mie modeste opinioni su questo piccolo spazio pubblico da me gestito personalmente.
 
A scriverLe, premetto, è un uomo completamente di sinistra, di quella sinistra che lei forse definirebbe barricadera, e che a me invece piace chiamare movimentista. Ex militante attivo di Rifondazione Comunista, tra i fondatori dei Social Forum locali nella corrente Tute Bianche/Disobbedienti, da ormai sei anni ufficialmente cane sciolto e privo di rappresentanza parlamentare.
 
Come avrà senz'altro capito dal mio curriculum politico, sono distante diversi anni luce dal Suo pensiero, nonché in totale dissenso con la Sua recente azione governativa.
Ma non è a Lei in quanto Presidente del Consiglio che mi rivolgo, quanto piuttosto a Lei nella Sua funzione di Segretario Nazionale del Partito Democratico.
Sempre scorrendo il solito mio curriculum, è altrettanto evidente come io sia strutturalmente lontanissimo anche dal Partito Democratico in quanto tale.
In questi ultimi sei anni, Le confesso, come per molti altri compagni ho vagato smarrito tra le nebbiose macerie della Sinistra che fu, sposando sempre meno convinto questo o quell'altro progetto di ricostituzione, oscillando tra Sel e zone limitrofe.
Eppure, strano a dirsi, qualcosa come un anno e mezzo fa mi sono ritrovato molto vicino al partito che adesso Lei rappresenta.
E, mi creda, non è stata una di quelle vicinanze da trincea, da mancanza di alternative, in nome dell'antiberlusconismo o della logica del meno peggio.
Si è trattato di una vicinanza reale, sentita, convinta.
Una convinzione dettata dalla linea politica, dal progetto di Italia di Pierluigi Bersani. E ribadisco linea politica e progetto, non dalla persona in quanto tale (mai creduto, né mai crederò, nei "salvatori della Patria").
Il perché di questa vicinanza è presto spiegata: pur essendo due mondi lontani, quello "moderato" della socialdemocrazia bersaniana e quello della mia storia politica, il progetto dell'ex Segretario del Partito Democratico prevedeva delle linee di azione da intraprendere nel solco dei valori imprescindibili della Nostra Storia, laddove per Nostra Storia intendo storia della sinistra e del centrosinistra.
 
I valori caro Renzi, quei valori che non costituiscono, come Lei sempre più spesso dichiara, un attaccamento al passato, un freno all'innovazione o, peggio ancora, dei paraocchi ideologici.
Sono, al contrario e più semplicemente, il nostro dna, la nostra differenza da una visione del mondo di destra o di centrodestra che dir si voglia.
Le proposte, caro Renzi, nonché le modalità di azione, quelle sì, si aggiornano, si rinnovano, si rivoluzionano in base ai tempi e ai contesti storici e sociali che si vivono. Ma i valori no, quelli restano immutabili.
Rinunciare a se stessi, alle fondamenta della propria visione del mondo, non vuol dire innovazione, vuol dire snaturare la propria essenza. Ed è proprio questo che Lei sta chiedendo in questi mesi al popolo di sinistra: dimenticare chi è e da dove viene.
Ma Le chiedo Presidente: chi non ha passato, come può anche solo pretendere di avere un futuro?
 
Non Le chiedo ovviamente, a Lei che di sinistra non è, e che non è nemmeno di centrosinistra (il centrosinistra per me ha i nomi, e il modus operandi, di Romano Prodi, Pierluigi Bersani e via dicendo... ), di diventarlo, di snaturarsi appunto.
Le sto chiedendo semplicemente più attenzione.
Non Le contesto, come molti fanno da mesi a questa parte, di essere un "Presidente abusivo". Non ha avuto l'investitura del voto, verissimo, ma la Costituzione prevede completamente quei passaggi che hanno portato la Sua persona a Palazzo Chigi.
Vorrei soltanto che si ricordasse che cosa ha reso possibile quei passaggi.
Lei tira sempre in ballo i numeri, Presidente, arrogandosi il diritto di bypassare tutto e tutti in virtù del risultato storico del 41% conseguito alle elezioni europee, contro il 25% di Bersani alle ultime politiche. Complimenti per il risultato, Presidente, ma si ricordi che quel 41%, così come la sua stessa investitura a Presidente del Consiglio, non sarebbero mai esistiti senza quel 25%, senza una coalizione, quella di Bersani appunto, che se pur di poco tornava a battere Berlusconi dopo sette anni.
Si ricordi di quel 25%, e cerchi di rispettarlo, anziché irriderlo e calpestarlo continuamente.
Senza di noi (c'ero anch'io, in quel 25%), Lei oggi non sarebbe al governo. E noi abbiamo votato un programma che Lei non ha alcun diritto di distruggere.
Ero in quel 25% e non ero in quel 41%. Come me chissà quanti. Il PD del 25% aveva 500.000 iscritti, quello del 41% ne ha poco più di centomila.
Numeri che sicuramente non Le interessano. Eppure le chiedo: anche la partecipazione è un paraocchi ideologico da rottamare?
 
Cordiali saluti,
Riccardo Lestini
 
 


lunedì 6 ottobre 2014

il LestEditoriale. RICORDANDO VICTOR JARA


il LestEditoriale

RICORDANDO VICTOR JARA
 
Cari aficionados,
partiamo subito a bomba, dicendo senza troppi giri di parole che qui nel lestobunker il morale è molto, ma molto più che alle stelle.
Motivo?
Il motivo siete voi ovviamente, splendidi aficionados: questa ultima settimana trascorsa abbiamo asfaltato ogni record precedente, raggiungendo il picco massimo di visualizzazioni del blog!! E il fatto che questo sia accaduto proprio questa settimana, ci fa ancora più piacere. Perché sì, lo confessiamo, eravamo molto, ma molto preoccupati delle rubriche nuove. Pensavamo fosse un azzardo averne lanciate ben quattro contemporaneamente... e invece, sono proprio le quattro rubriche nuove ad aver fatto questo record di visualizzazioni, in particolare Lezioni Minime, ma in generale tutte.
Perciò grazie, grazie, grazie aficionados. Grazie a tutti voi e un grazie particolare alla troupe francese che ci segue, che da sette giorni ha quintuplicato il numero di "visitatori" del blog!! Dopo l'Italia, gli Stati Uniti restano sempre il paese con più aficionados, ma da questo momento i cugini di Francia si piazzano ufficialmente al terzo posto.
Merci!!
 
Detto questo, e soprattutto detto che faremo del nostro meglio per migliorarci ancora, cambiamo radicalmente argomento.
E facciamo un mea culpa. Ci eravamo ripromessi da tempo di parlare di una persona davvero molto speciale cui teniamo moltissimo, che proprio lo scorso 28 settembre avrebbe compiuto ottantaquattro anni. Poi, colpevolmente presi dal pandemonio di modifiche al blog, ce ne siamo orrendamente dimenticati.
Rimediamo subito dedicandogli questo editoriale.
La persona in questione è Victor Jara.
Lo conoscete? Sì? Allora ricordatelo assieme a noi.
No? Allora scoprite la sua incredibile storia nelle righe che seguono...
 
Victor Jara nacque il 28 settembre del 1932 a San Ignacio, estrema provincia rurale del Cile più profondo e sconosciuto. La famiglia di Victor, contadina, come la quasi totalità della popolazione cilena del tempo lotta quotidianamente con fame e miseria, quasi sempre perdendo. I pochissimi soldi fruttati da un minuscolo e polveroso appezzamento di terra si esauriscono all’istante nelle spese per zucchero, farina e, una volta all’anno, qualche striscia di tela per confezionare abiti. Ma la madre, Amanda, di sangue Mapuche, è anche una straordinaria cantante e chitarrista, richiestissima nelle veglie estive davanti ai falò, nei battesimi, nei matrimoni, nelle veglie funebri. Una donna forte e coraggiosa, che nonostante la miseria riesce a mandare tutti e tre i figli a scuola, anche quando la famiglia è costretta a trasferirsi nella capitale Santiago, dove la vita è senz’altro più dura e complicata. 
Victor è un ragazzo che conosce povertà e sacrificio, proviene dagli angoli più disperati della terra e conosce sulla propria pelle la tragedia di un popolo in catene. Giovanissimo entra in seminario con l’intenzione di diventare sacerdote. Ma la madre gli ha lasciato in dono una chitarra e una voce straziante e meravigliosa, gli ha lasciato addosso la smania di usare la propria voce per gridare emozioni, sentimenti, poesia, denuncia. 
Gli anni sessanta della meglio gioventù arrivano anche in Cile, anche tra il fango, la terra e l’acqua avvelenata dei maledetti barrios del sud del mondo. In quegli anni Victor incontra il teatro, il cinema, e soprattutto riscopre la musica, il dolce manifesto della sua infanzia. Nel giro di pochi anni Victor Jara è uno dei più importanti artisti sudamericani, militante del Partito Comunista Cileno: dirige spettacoli di forte impegno sociale, compone canzoni indimenticabili, figlie del più antico folclore cileno e che denunciano le mostruose condizioni dei contadini e dei minatori latinoamericani. 
Nel 1973 Victor si impegna anima e corpo nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali a fianco di Salvador Allende, nella cui figura vede finalmente la concreta speranza di riscatto per gli ultimi del mondo. Il resto è, purtroppo, storia nota: dopo la netta vittoria di Allende, l’11 settembre del 1973 (data ormai oscurata e sepolta dall’altro e più recente 11 settembre) con un golpe appoggiato dalla CIA del periodo Nixon, il generale fascista Augusto Pinochet fa bombardare la casa presidenziale, uccidendo Allende e impadronendosi del potere, dando vita a una delle più terrificanti (e mai del tutto approfondite) dittature del secolo scorso. 
Meno noto è il destino di Victor Jara dopo il colpo di stato dei militari. Da tempo in cima alle liste nere dei fascisti di Pinochet, privo, a differenza di Pablo Neruda, di un riconoscimento come il premio Nobel che potesse proteggerlo agli occhi della comunità internazionale, Victor viene catturato nel corso dei brutali rastrellamenti compiuti dagli squadristi del generali nei giorni successivi al golpe. 
Assieme ad altre migliaia di persone (per lo più studenti, artisti e professori), Victor viene rinchiuso all’Estadio Nacional di Santiago, dove nei mesi precedenti si era più volte esibito a sostegno di Salvador Allende. Lo stadio si trasforma nel giro di poche ore in un lager di disperazione, tortura e morte: lì dentro, in appena cinque giorni, gli aguzzini del regime seviziano e uccidono oltre ventimila persone tra studenti e intellettuali. Di tutte quelle migliaia di anime innocenti, Victor è il più noto. A lui sono così riservate le torture peggiori. 
Accerchiato, percosso, torturato e deriso, Victor Jara viene esortato dai militari che gli sputano addosso a cantare una delle sue canzoni, se ne ha ancora il coraggio. Nonostante sanguini da ogni dove, Victor trova la forza di impugnare la chitarra e intonare alcune note, in segno di estrema resistenza alla violenza: 

“Non mi spaventano le minacce, 
padroni della miseria: 
la stella della speranza 
continuerà ad esser nostra” 

Per i militari può bastare. Dopo un’altra notte di torture e agonie, si accaniscono sulle sue mani, colpendole ripetutamente con il calcio delle pistole fino a deformarle e a spezzarle, finché, la mattina del 16 settembre, lo uccidono a colpi di pistola. 
La moglie Joan racconta così il riconoscimento del corpo: 

“Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”. 

I suoi dischi non solo vengono proibiti dal regime, ma ne vengono distrutte anche le matrici, per impedire che ne resti traccia nel mondo. 
Per fortuna Joan, cittadina inglese, subito dopo aver organizzato clandestinamente i funerali, lascia il Cile riuscendo a portarsi via alcuni nastri superstiti. È grazie a quei nastri se, negli anni successivi, artisti come gli Inti Illimani o Daniele Sepe, sono riusciti a far conoscere al mondo la poesia di Victor Jara. 

La storia di Victor è atroce e straziante. Ma è anche piena di speranza. 
Penso spesso a quelle mani deformate, distorte, all’accanimento di una violenza cieca e furiosa contro la parte del corpo che più rappresentava quello spirito libero: le mani, quelle dita che avevano per anno pizzicato dolcemente le corde di una chitarra denunciando ingiustizie ed esortando alla libertà. 
Il potere feroce, così avvezzo a far morire nei modi più atroci chi non riesce a controllare, così avvezzo ad annientare poeti, si era illuso, tagliandogli le mani, di recidere le sue idee. 
Ma le idee non possono morire, e quelle mani dilaniate sarebbero state riconosciute dal popolo come nuovi simboli immortali. E nemmeno la musica può morire: Joan, che amava Victor, ci ha portato quei nastri, ultimo ed estremo gesto d’amore per renderlo immortale. 

Non dovremmo mai lasciare che uccidano i poeti. 
Ricordare Victor, vuol dire cercare di non farlo morire di nuovo. 
 
Alla prossima,
il Lesto
 
Sul Cile abbiamo scritto anche questo altro articolo:
 
 
 
 
 

domenica 5 ottobre 2014

LESTINI CERCA CASA

Diario della domenica
(lo studente universitario)

LESTINI CERCA CASA
Agosto 1995. Estate del diploma. Trasferimento a Firenze imminente. Ora di rimboccarsi le maniche e cercare casa.
Visto che a quei tempi Internet non esisteva e visto lo scarso successo di due o tre telefonate ad amici di amici di genitori, parenti e conoscenti, l'unico sistema è quello di scegliere un giorno a caso, prendere il treno la mattina all'alba e andare a Firenze a cercare casa direttamente in loco.
Scelgo una data simbolica: 1 settembre, che per me, in barba agli equinozi, ha sempre rappresentato la fine dell'estate e l'avvento dell'autunno. Una settimana prima, per una pura combinazione di eventi, risento una mia ex con la quale era finita ingloriosamente tempo prima. Tra una chiacchiera e l'altra si decide che: 1) ci rivedremo due sere dopo alla festa de l'Unità di Perugia; 2) visto che una sua cara amica ha vissuto a Firenze due anni, si farà dare un paio di dritte su come e dove cercare informazioni per appartamenti e stanze in affitto.
Due sere dopo ci vediamo.
Le preziose informazioni reperite dalla mia ex presso la cara amica Lara consistono in un minuscolo foglietto con su scritto: 'Bacheca Università Piazza Brunelleschi/ La Pulce'.
E' poco, praticamente un cazzo, ma meglio che niente....
Il 1 settembre, come da copione, Lestini prende il treno da Passignano sul Trasimeno alle ore 6,34. Destinazione: Firenze Santa Maria Novella, all'epoca città completamente ignota al giovane Lestini. In tasca solo il ridicolo foglietto consegnatomi dalla mia ex. A Santa Maria Novella, appena sceso dal treno, faccio colazione e compro una mappa dettagliatissima della città. Mi ricordo di aver detto proprio così all'edicolante: 'Mi dia la più dettagliata che ha...'.
Prendo il ridicolo foglietto e parto dalla prima indicazione: 'Piazza Brunelleschi'. Sulla mappa trovo la piazza al volo. E' vicinissima alla stazione e ci arrivo in un attimo. Mi esalto per il mio spettacolare senso d'orientamento: standing ovation per il giovane Lestini!
L'amica Lara è stata essenziale ma, pare, efficacissima. La bacheca di quella che di lì a un mese e mezzo diventerà la mia Università è un oceano di fogli e annunci d'ogni ordine e grado. Praticamente in un'ora segno nella mia agenda qualcosa come 30 annunci di altrettante papabili stanze in affitto. Per ognuna controllo la via e la segno con una 'x' sulla mia mappa. Poi vado al Tabacchi e compro una scheda telefonica da 10mila lire (nemmeno i cellulari, all'epoca, esistevano ancora). Sistemo gli annunci papabili in ordine di priorità, facendo una media tra prezzo e vicinanza al centro e all'Università. Alla fine ho una classifica d'interesse ferrea e infallibile. Mi esalto per il mio micidiale razionalismo organizzativo: seconda standing ovation per il giovane Lestini!
Entro in cabina telefonica con una certezza: su 30 annunci, qualcosa di buono, uscirà senz'altro.
Telefonata 1: stanza singola via S. Egidio, 280mila lire al mese. Merda, la stanza è già stata affittata. E quel 'merda' di disappunto si ripeterà per altre 15 volte, visto che ben 16 delle 30 stanze papabili erano già state assegnate. Delle restanti 14, 6 non rispondono a tentativi ripetuti.
Ne restano 8. Di cui 2 praticamente a Sesto Fiorentino. Quindi facciamo 6. Una di queste 6 è meravigliosa: singola in via Calzaiuoli a sole 330mila lire....ma bisogna lasciare UN MILIONE E TRECENTOVENTIMILA LIRE di cauzione all'istante....praticamente, o mi prostituisco seduta stante oppure posso dire addio alla casa. Non essendo ancora pronto - a soli 18 anni - alla strada torbida della prostituzione, lascio perdere la casa. Un'altra è una singola in Borgo Pinti a 400mila lire....si può fare....ma non accettano fumatori. Un'altra ancora è una singola in via XX Settembre a 350mila lire, ma accettano solo studenti a settimana corta.
In sostanza: è mezzogiorno e mezzo, ho passato OLTRE DUE ORE in cabina telefonica, e su trenta annunci ho rimediato la miseria di 4 appuntamenti. 'Ohhhh' di sconforto per il giovane Lestini.
Appuntamento numero 1: il posto letto non è in doppia come indicato dall'annuncio, ma in tripla. Nel senso che assieme al mio ipotetico futuro compagno di stanza, dovrò dividerla con il suo cane, un cucciolo di cane (ma che, specifica con orgoglio l'ipotetico futuro compagno di stanza, 'crescerà TANTISSIMO') che per tutto il tempo in cui visito casa mi segue annusandomi insistentemente il culo. Casa scartata.
Appuntamento numero 2: mentre visito la casa l'unico inquilino presente mi dice 'ci sono dei lavoretti da fare'. E' stato sincero: infatti mentre mi fa vedere la dispensa della cucina si staccano due ante, schiantandosi al suolo. Poi quando chiedo, vedendo la caldaia a terra interamente smontata, 'anche quella va riparata?', lui serafico risponde: 'ma no....d'inverno non fa così freddo....mica siamo a Milano!'. Casa scartata.
Appuntamento numero 3: nella casa ci abita solo un 40enne dalle cui ascelle si spande un fetore nauseabondo, tipo camion di letame tamponato da un furgone di pesce marcio. Casa scartata.
Appuntamento numero 4: la stanza consiste in una cella francescana 2x2, all'interno di una casa in cui vive un'intera famiglia......'posso lavarti anche le lenzuola', sottolinea baldanzosa la padrona di casa. Casa scartata.
Sono le tre del pomeriggio. Il giovane Lestini è digiuno e ha esaurito tutte le cartucce a disposizione. Secondo 'uhhhh' di sconforto.
Poi, illuminazione. Il foglietto minuscolo dell'amica della mia ex recava una seconda indicazione: 'La Pulce'. Sarà - penso - un'altra sede universitaria, una nuova bacheca piena zeppa di annunci. Riprendo la mappa e nell'ordine cerco:
- via la Pulce
- piazza la Pulce
- largo la Pulce
- viale la Pulce
Niente da fare. Non esiste. O almeno, la mappa non la segnala. C'è solo, in culo al mondo, una 'via Pulci'. Magari la mia ex ha sbagliato a scrivere. Mi faccio allora 35 minuti a piedi e raggiungo via Pulci: ma lì c'è il deserto.
Torno indietro, in centro. E prendo a maledire l'edicolante che mi ha venduto una mappa del cazzo, dove non c'è né via la Pulce, né piazza la Pulce, né largo la Pulce, né viale la Pulce.
Inizio a chiedere come un ossesso a tutti i passanti del centro.
- Scusi, via la Pulce?-
- Mai sentita - .
Un copione che si ripete almeno QUARANTA VOLTE. Ma possibile che NESSUN FIORENTINO sappia dell'esistenza di questo posto???
Nel frattempo sono le sei e mezzo di sera. Alle otto ho l'ultimo treno. Stremato, sconfitto e depresso, mi accascio su una panchina, proprio dietro a un'edicola. Rassegnato al fatto che non troverò mai casa e farò l'Università dormendo sotto i ponti, mi volto lentamente. Alle mie spalle c'è il cartello PIU' ENORME DI TUTTA FIRENZE.
A caratteri cubitali c'è scritto:
CERCHI CASA?? COMPRA 'LA PULCE' - LUNEDì, MERCOLEDì E VENERDì IN EDICOLA
E in quel momento, tutte le voci della mia coscienza si levarono in coro unanime per gridarmi all'unisono: 'Giovane Lestini......sei un pirlaaaaaaaaaaa!!!!!!'.



sabato 4 ottobre 2014

IL QUARTIERE DI BALDRACCA

Atlantide
(mondi sommersi)

IL QUARTIERE DI BALDRACCA (Firenze)

C'è quel fazzoletto di terra, tra il Duomo, piazza della Signoria, la loggia dei Lanzi e gli Uffizi (soprattutto gli Uffizi), che identifica Firenze nel mondo intero. La cupola del Brunelleschi, la torre di Palazzo Vecchio, il Perseo del Cellini, il David di Michelangelo, i tesori inestimabili degli Uffizi.
Ma Firenze non è sempre stata così.
Anzi, come ricorda giustamente il giornalista/scrittore Mario Spezi, hai voglia a chiamarla la culla del Rinascimento: Firenze non è affatto una città rinascimentale. Di certo c'è tanto, tantissimo Rinascimento, solo un pazzo potrebbe negarlo, ma Firenze non è rinascimentale nello spirito, nell'anima, nel dna.
Firenze è una città medievale, che trasuda medioevo in ogni angolo, a ogni parete.
Del medioevo ha lo spirito, le inquietudini, la cupezza, il mistero, gli intrighi, le contraddizioni. Firenze è come La Divina Commedia: splendida e terrificante.
Poi è arrivato il Rinascimento, poi sono arrivati gli altri secoli che quel medioevo lo hanno lastricato, sepolto, sommerso, fino a renderlo praticamente invisibile.
Quasi invisibile. Agli occhi e agli spiriti più attenti, non sfugge di certo. Ci sono ancora tracce labili eppure visibili, tangibili, udibili. Le vie strettissime e intricate attorno Santa Croce, ad esempio, come via Torta, lontane anni luce dal razionalismo cinquecentesco, il buio perenne di Borgo Albizi, il giallo dell'Arno che d'inverno trascina carcasse da mondi lontani.
 
Proviamo a ritrovarla, questa Firenze medievale, quest'anima originaria, viscerale e inestinguibile di una delle città più belle del mondo.
Andiamo proprio lì, in quel fazzoletto di terra, tra le ali degli Uffizi, e chiudiamo gli occhi. Teniamoli chiusi a lungo, fino a che non ci avranno riportato indietro di sei, settecento anni.
A questo punto potremo riaprirli. Gli Uffizi non ci saranno più. Scomparsi. Al loro posto troveremo un quartiere variopinto, picaresco e ciarliero, losco e confusionario. Una Babele pazzesca di lingue e razze, degrado, schiamazzi, osterie, bordelli, ladri, assassini.
Perché lì, dove oggi sorgono gli splendidi Uffizi, nel medioevo, proprio a due passi dal centro del potere di Palazzo Vecchio, c'era il quartiere più malfamato della città: il quartiere di Baldracca.
Un nome che parla da solo, che subito ci fa capire cosa ci si poteva trovare.
Eppure, nonostante il termine baldracca in toscano significhi inequivocabilmente prostituta, non era per questo che il quartiere si chiamava così.
Prendeva il nome dalla celeberrima Osteria di Baldracca, cuore pulsante dell'intero quartiere, che a sua volta si chiamava così dalla città di Baghdad, poi storpiata in Baldacco e infine in Baldracca. Come l'antica capitale mediorientale, anche il quartiere fiorentino era confuso, caotico, mescolanza inestricabile di lingue e dialetti.
Una storpiatura, quella del nome di Baghdad, che troviamo già in Petrarca:
Aspettando ragion mi struggo e fiacco
ma pur novo soldan veggio per lei.
Lo qual farà, non già quand'io vorrei
sol una sede: e quella fia in Baldacco.
In Boccaccio invece, nella famosissima novella di frate Cipolla, troviamo già il quartiere indicato con il nome di Baldracca: "e per Baldracca pervenni in Parione".
 
Il quartiere occupava l'intero attuale degli Uffizi, mentre il suo fulcro, la celebre osteria appunto, si trovava sul lato est del museo, lungo tutta via Castellani.
Dal momento in cui, nel XV secolo, i Medici presero il potere trasformando Firenze da Comune a Signoria, benché si trovasse proprio accanto al centro amministrativo della città (Palazzo Vecchio e piazza della Signoria), tollerarono il quartiere di Baldracca, le sue case fatiscenti, le urla, le rapine, le puttane e i bordelli, gli ubriachi delle osterie, l'orda di nullatenenti e vagabondi che vi si riversava quotidianamente.
Fino al 1546. In quell'anno Cosimo de' Medici decise di porre fino al degrado, smantellando l'intero quartiere a luci rosse.
Il progetto era quello di aprire un'ampia strada tra piazza della Signoria e l'Arno che squarciasse in due il quartiere dei bordelli, con un palazzo che potesse in qualche modo unire le Magistrature preposte alla regolamentazione della vita cittadina.
Del nuovo volto di quella fetta di città fu incaricato nel 1559 Giorgio Vasari.
Fu così che nacquero gli Uffizi e che scomparve il quartiere di Baldracca, le cui funzioni (osterie e bordelli) furono completamente assorbite dalla zona oltrarno, attorno all'attuale piazza della Passera.
 
Stranamente però, quest'opera di bonifica non fu completata del tutto. Per volere stesso dei Medici, del quartiere di Baldracca fu mantenuto il teatrino dove i comici dell'arte recitavano le loro commedie.
Perché?
Lo scopriremo sabato prossimo, quando andremo alla scoperta dell'antico e meraviglioso Teatrino di Baldracca.
 
 
Su questo blog, abbiamo già parlato di Firenze in questi articoli:
 
 
 
  
 

venerdì 3 ottobre 2014

I SEGRETI DI JIM: Il "falso Morrison" (prima puntata)

il lesto racconta... 

I SEGRETI DI JIM
(tutta la verità su Jim Morrison) 

PRIMA PUNTATA

IL FALSO MORRISON  
 
Se è vero che l’apocrifo e la contraffazione sono i principali termometri per valutare la celebrità di un artista, allora possiamo tranquillamente affermare che Jim Morrison, al secolo James Douglas Morrison, rockstar, frontman dei Doors, poeta, regista cinematografico, sex symbol, icona incendiaria dei turbolenti anni ’60, è uno dei più famosi e conosciuti personaggi del novecento.

Chi scrive appartiene a quella famigerata “X Generation” che vide la propria adolescenza segnata, agli inizi degli anni ’90, da un poderoso e inarrestabile ritorno in auge della leggenda di “Re Lucertola” e della musica dei Doors, complice anche – e soprattutto – il discusso e controverso film di Oliver Stone dedicato alla breve, tragica e irresistibile parabola di Jim Morrison. 

Come sempre accade, la trasformazione di un artista in mito e leggenda genera inevitabilmente falsi clamorosi, storicizza dati inattendibili d’ogni sorta, rende credibili dicerie e chiacchiere di comodo. Nel caso di Morrison poi, leggenda non solo post mortem, ma reso già in vita essere mitologico, il processo agiografico di allontanamento dalla realtà è a dir poco decuplicato rispetto ad altri. Per mia fortuna, ho avuto un accostamento alla musica e alla poesia di Jim assai precoce, precedente di qualche anno all’epopea cinematografica di Stone e alla (ri)esplosione della Doorsmania: questo mi ha permesso, da subito, un atteggiamento leggermente più lucido, consapevole e critico davanti alle facili celebrazioni e alle immagini fuorvianti.

Questi appunti sono la sintesi di un mio lavoro più ampio in attesa di una qualche collocazione editoriale, frutto di un più che ventennale interesse nei confronti della poesia e della musica di Morrison. Un lavoro che, personalmente, vorrebbe anche saldare un immenso debito di gratitudine: come sarà accaduto anche per moltissime altre persone, devo proprio a Morrison la costruzione esaltante, tra i tredici e i quattordici anni, della mia prima, rudimentale e privatissima, libreria letteraria e musicale. 

Dalla suggestione e dalla passione per Jim Morrison e per i Doors, fu assolutamente naturale che sgorgassero fuori a catena altri stimoli, altri interessi. Prima di tutto, seguendo le innumerevoli piste di influenze e rimandi letterari presenti nei suoi versi, mi appassionai a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg, a tutta la beat generation, a Rimbaud e ai poeti maledetti francesi, alla tragedia greca, a Godard e a tutto il cinema della nouvelle vague, a Nietszche, a Spinoza, a Sartre e all’esistenzialismo; e, ovviamente, alla musica di Hendrix e della Joplin, a Lou Reed e ai Velvet Underground, ai Jefferson Airplane, ai Byrds e agli Animals. E chissà quant’altro. Ad ogni modo, un patrimonio artistico e culturale inestimabile.

Quando nel 1990 uscì il celebre film di Oliver Stone i Doors e Jim Morrison tornarono improvvisamente e prepotentemente di moda. L’inquietante e seducente figura da angelo caduto in pelle nera di Re Lucertola fu immediatamente innalzata – in maniera assolutamente acritica e indiscriminata - a icona sacra, feticcio di ribellione, divinità mai redenta.

Già prima del film, più o meno dai mesi immediatamente successivi alla sua morte, su Morrison circolavano una quantità spropositata di aneddoti fasulli sulla sua vita e centinaia di apocrifi artistici. Dopo che la pellicola di Stone fece il giro del mondo, la proliferazione di falsi divenne incontrollata e incontrollabile. La stessa No One Here get out alive (Nessuno uscirà vivo da qui), scritta da Jerry Hopkins e Danny Sugerman, che per tutti gli anni ’80 e buona parte dei ’90 fu (a torto) ritenuta la biografia ufficiale di Jim Morrison, contiene una quantità imbarazzante di falsità e clamorose inesattezze.

Prima di tutto cerchiamo di capire (e di chiarire): di che genere e natura sono questi falsi?

Per prima cosa, gli aforismi. Circolano, credo, in internet, sui diari di scuola, sui muri, qualche discreto migliaio di aforismi firmati “Jim Morrison”. Io stesso ricordo i diari dei miei compagni di liceo riempiti fino alla paranoia di questo diluvio assurdo di citazioni apocrife. 
Ci sono aforismi di altri attribuiti, chissà perché, a Jim Morrison: ad esempio il celeberrimo “Nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di risorgere”, in realtà di Yukio Mishima, presente tuttavia a firma di Morrison in ogni diario liceale, nonché come epigrafe a un immenso murale bolognese raffigurante il Re Lucertola durante un concerto. 
Ci sono poi aforismi anonimi di una tragica banalità e ingenuità sempre attribuiti a Morrison, come “piangevo perché non avevo le scarpe, poi vidi uno che non aveva i piedi” oppure “quando morirò andrò in paradiso poiché l’inferno l’ho già vissuto quaggiù”. 

Se da un lato chiunque abbia ascoltato una qualsiasi canzone dei Doors soffermandosi sui testi può benissimo comprendere senza spiegazione il perché tali frasi non possono essere riconducibili a Morrison nemmeno lontanamente, è altrettanto chiaro il perché di tale proliferazione di un Morrison apocrifo. 
Dalla notte dei tempi, la falsa attribuzione è una fastidiosa e quasi inevitabile conseguenza di un successo travolgente, di un assurgere ai cieli della mitologia. Si tende, per diffondere, per dare credibilità a un qualcosa, per infondere sostanza a un proprio gusto personale, ad attribuirlo all’uomo o alla donna più in voga del mondo. Accadde anche nell’antichità, a poeti come Omero, Plauto e Virgilio.

Oltre alle canzoni, a una sceneggiatura per un film, a tre libri di poesia più qualche componimento sparso (alcuni dei quali letti e registrati su nastro) pubblicati in vita, Morrison lasciò una quantità imprecisata di taccuini inediti, contenenti centinaia e centinaia di versi. Nel corso di un decennio (all’incirca 1992-2002), tutto il contenuto di questi preziosi taccuini fu raccolto e pubblicato grazie alla paziente e certosina opera di sistemazione di uno dei migliori amici di Jim, Frank Lisciandro. Grazie a questa operazione oggi possiamo dire di possedere e conoscere l’intera opera di Morrison: difficile, se non impossibile, che altri misteriosi inediti saltino ancora fuori.

Tornando ai falsi aforismi, è ovvio che fino qui restiamo sul piano di apocrifi ingenui e per lo più innocui e innocenti, ne esistono ben altri assai più seri, se non scandalosi e pericolosi.

Innanzitutto, la vita di Morrison. Dicevamo prima come la stessa presunta biografia “ufficiale” sia stracolma di inesattezze d’ogni sorta. Gli autori di No One Here Get Out Alive, edita nel 1980, sono Jerry Hopkins, che come giornalista dell’allora pionieristica rivista musicale “Rolling Stone” seguì da vicino le sconvolgenti performance live dei Doors, e da Danny Sugerman, che poco più che adolescente, tra il 1969 e il 1970 lavorò come runner negli uffici della band a Los Angeles. 
Il giornalismo sensazionalistico di Hopkins, e l’immaginario adolescenziale di Sugerman, diedero anima e forma a un libro problematico, fuorviante e mitologico in troppi aspetti (si pensi che a tutt’oggi, gli amici più intimi di Jim, chiamano polemicamente quel libro “Qua dentro ci sono solo un mucchio di bugie”). 
Un esempio lampante dei suoi discutibili criteri di ricerca (ce ne sono dozzine, sui quali torneremo più avanti) è come il libro tratta la figura della giornalista newyorkese Patricia Kennely. Nella biografia la coppia Sugerman/Hopkins le riserva uno spazio immenso, rendendola, subito dopo la compagna storica e ufficiale Pamela Courson, l’amore più lungo e importante di Morrison. L’unica fonte di tali notizie sono i racconti forniti dalla stessa Kennely ai due autori. La Kennely racconta di aver incontrato Morrison nel 1967, ai tempi delle prime esibizioni dei Doors a New York, di averlo amato, di averlo sposato con una cerimonia esoterica condotta da una sacerdotessa della setta delle streghe Wicca, di essere rimasta incinta di lui nel 1969 ai tempi del processo di Miami e di aver abortito, di essersi divertita in più di un’occasione a far perdere la testa a Pamela per gelosia. La smania di tali aneddoti succulenti (una cerimonia Wicca con tanto di patto di sangue farebbe gola a qualsiasi biografo rock) fece sì che l’avventata coppia di autori attingesse a piene mani ai ben poco attendibili resoconti della Kennely. L’unica fonte della donna è se stessa, i suoi racconti non trovano conferma (anzi, semmai, trovano secche smentite) in nessun’altra persona vicina a Jim, le date non tornano o si sovrappongono ad altri avvenimenti. 
Il loro presunto primo incontro e l’inizio della loro relazione la Kennely lo fa risalire all’estate del 1967: impossibile, visto che in quei mesi Morrison, effettivamente a New York, viveva la sua travolgente storia d’amore con la bellissima chanteuse dei Velvet Underground, la tedesca Nico. 
Questo è ovviamente solo un piccolo esempio, ma abbastanza decisivo per farci capire come il metodo di lavoro dei due autori, basato su molte dicerie e nessun riscontro, abbia finito per costruire una biografia in molti punti fantasiosa e inattendibile. L’immagine di Morrison esce così distante anni luce dalla realtà, con la conseguenza terribile che si finisce per apprezzare, adorare e amare un qualcosa che non esistette mai.

Anche il film di Stone, per molti versi, può essere inserito nelle opere che hanno contribuito a creare un Morrison “apocrifo”. Eppure, il regista sembra in buona parte assolvibile. La sua è una pellicola estrema, che spinge l’acceleratore al massimo sull’immagine maledetta, eccessiva, sconsiderata e irragionevole di Re Lucertola. Un film “drogato” e disturbato, volutamente caotico e surreale. Il Morrison di Stone è più folle che poeta, più stravagante che artista, più suicida che sciamano. 
Ma si tratta, appunto, di un film. A un film, anche al più rigoroso ritratto biografico, non si può chiedere fedeltà filologica. Un film, per sua natura, inventa ed eccede. Nonostante le esagerazioni e le invenzioni, a differenza della biografia Sugerman/Hopkins, il film di Stone ha una sua compattezza e logicità emotiva che finisce per giustificarlo. Nonostante questo, fu quasi scontato che la pellicola venisse immediatamente sommersa dalle critiche indignate della cerchia delle persone più legate a Morrison. 

A partire dai tre Doors superstiti, Manzareck in testa, fino ad arrivare agli amici più intimi come Lisciandro, fu un vero e proprio diluvio di scandalizzate grida contro lo “stupro cinematografico alla vita di Jim Morrison”. 

C’è tuttavia un fatto innegabile che giustifica alcune clamorose inesattezze biografiche del film: all’epoca, 1990, ex Doors e amici intimi di Morrison erano rimasti per lo più chiusi in un rispettoso silenzio, facendo così della solita biografia Hopkins/Sugerman e di altri libri simili, pressoché le uniche fonti a disposizione di Stone. Il successo planetario del film, e il vespaio polemico che ne scaturì, fu prima di tutto una sorta di scossa per chi aveva conosciuto Jim e aveva vissuto in prima persona la magia di quegli anni turbolenti. Di colpo, subito dopo l’uscita del film, chi era rimasto in silenzio per vent’anni, iniziò a parlare. 
Seguirono anni in cui fioccarono pubblicazioni, interviste, nuove e sempre più attendibili biografie, fino ad arrivare alla decisiva, e definitiva, Jim Morrison, di Stephen Davis. 
Frank Lisciandro scrisse anch’egli un libro di aneddoti, Feast of friends, oltre che a dedicarsi, aiutato dalla moglie Kathy e dai genitori di Pamela Courson, alla pubblicazione sistematica di tutti gli inediti di Jim, e anche gli ex Doors si affrettarono a rendere la loro versione dei fatti, scrivendo ognuno la loro personale autobiografia. 
Questi testi, messi tutti insieme, restituirono un’immagine finalmente reale, veritiera e più umana di Morrison, sia come persona che come artista. Nonostante questo, la maggior parte delle persone resta ancora legata all’idea “benzedrina&follia”: una rockstar umanizzata fa meno gola, specie nell’epoca del più becero e sfrenato gossip.

Le falsità sul conto di Morrison raggiungono tuttavia l’apice riguardo alla sua “misteriosa” morte, che poi di misterioso (purtroppo?) non ha un bel niente. La morte di Morrison, a Parigi il 3 luglio del 1971, fu anzitutto una spaventosa tragedia umana di solitudine e abbandono. Uno scandalo di silenzi e coperture incrociate che fecero sì che potessero essere ritenute credibili nel corso degli anni fandonie clamorose come quelle che vollero Jim morto per un banale infarto (a 27 anni??), oppure, peggio ancora, che lo vollero ancora vivo, in fuga verso qualche posto esotico, facendo del suo decesso un’abile messa in scena. 

Un abile e spregiudicato speculatore parigino, Jacques Rochard, pubblicò un illeggibile libercolo in cui sostiene come Jim Morrison, negli anni ’80, fosse ancora vivo, raccontando dettagliatamente gli incontri intercorsi tra lui e l’ex cantante. Il fantascientifico libro fu pubblicato nel 1980, guarda caso lo stesso anno della biografia di Sugerman e Hopkins, che si chiude stupidamente lasciando intendere che Morrison abbia inscenato la sua morte. 
Rochard si è spinto ancora più in là: qualche anno dopo ha pubblicato una raccolta di versi opera, a detta sua, del Morrison post 1971, una scandalosa accozzaglia di brutte copie del Morrison migliore. Anche sull’episodio della morte, torneremo in seguito. Perché insieme agli altri, in questi ultimi dieci anni hanno finalmente parlato i testimoni delle ultime ore di vita di Jim a Parigi, fornendo un quadro (quasi) completo di come si svolsero effettivamente i fatti.

Per comprendere cosa realmente fu e cosa realmente è ancora la poesia di Morrison, occorre dimenticare e mettere da parte tutte queste leggende. E ripartire dai versi.
Ci siamo tutti? Lo spettacolo sta per cominciare….

(continua... )

I SEGRETI DI JIM vi dà appuntamento VENERDI PROSSIMO, 10 ottobre, con la seconda puntata, "Il primo Morrison". 

Vuoi approfondire quanto hai appena letto? Ecco alcuni consigli! 
Per lo smascheramento delle "eresie" che circolano sul conto di Jim Morrison ti consigliamo due libri già citati nell'articolo: Feast of Friends, di Frank Lisciandro (ma attenzione, al momento lo trovi solo in inglese, cercalo su Amazon!) e Jim Morrison di Stephen Davies (questo lo trovi tranquillamente in libreria, edizioni Mondadori), più un altro, Riders on the storm, scritto dall'ex batterista dei Doors John Densmore (Arcana Editrice, in libreria dovresti trovarlo, nel caso ordinalo su internet).
Se poi ami le sfide, ti invitiamo a ricercare l'edizione 1991 di tutti i testi delle canzoni dei Doors, tradotta da Tito Schipa ed edita sempre da Arcana, oggi fuori catalogo e fuori commercio. Lì, nell'introduzione, c'è una splendida introduzione di Riccardo Bertoncelli che intervista Frank Lisciandro. Se riesci a trovarla da qualche parte, ne vale davvero la pena. 
Anche se spesso impreciso, resta comunque da vedere, se non l'hai già fatto, The Doors di Oliver Stone, con Val Kilmer nel ruolo di Morrison. 
Per un confronto, vale comunque la pena leggere Nessuno uscirà vivo da qui, di Hopkins e Sugerman, oggi edita da Kaos, che trovi in qualsiasi libreria fornita. 
Se infine hai voglia di farti due risate, il libro delirante di Rochard, Jim Morrison vivo!, oggi lo trovi in libreria sempre edito da Kaos.