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venerdì 10 ottobre 2014

I SEGRETI DI JIM: IL PRIMO MORRISON (seconda puntata)

il lesto racconta... 

I SEGRETI DI JIM
(tutta la verità su Jim Morrison) 

Per leggere le puntate precedenti:
Prima puntata

SECONDA PUNTATA

IL PRIMO MORRISON  


Partire dai testi quindi, e dal particolare contesto in cui nacquero e si consacrarono, per comprendere appieno Morrison.

La breve vita del Re Lucertola fu un continuo e frenetico passaggio da una situazione all’altra, un’incessante mutazione di pelle, una quantità continua di attività parallele, di nuovi progetti. Unica costante di tutta la sua vita, dall’adolescenza alla morte prematura, fu la scrittura. Per questo, approcciandoci in qualsiasi modo a Jim Morrison, occorre premettere questa necessaria considerazione: che il frontman dei Doors fu, prima di tutto, uno scrittore.
I testi con cui contribuì a rendere immortali le canzoni dei Doors sono, senza dubbio, letteratura. Pur non essendo separabili dalla musica, pur non essendo (se non in casi particolari) poesie trasformate in musica, pur essendo nate nella testa dell’autore come canzoni, esse hanno una complessità, una levatura, un intricato filo di rimandi e suggestioni che non le rende paragonabili a nessun altro prodotto del rock anglosassone (fatta eccezione, ovviamente, per Bob Dylan e per il primo Lou Reed).
Morrison era nato poeta, sin da giovanissimo riempiva quaderni di versi ispirandosi, come lui stesso avrebbe ricordato, ai poeti beat che più amava: Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Di loro imitò lo stile, le ossessioni, le atmosfere. Poi, un giorno, decise di dare tutti quegli scarabocchi liceali alle fiamme. Era necessario liberarsene per elaborare uno stile poetico proprio. Cominciò così a scrivere componimenti del tutto originali, iniziando a dare forma a quelli che sarebbero diventati, nel corso degli anni, i suoi registri più conosciuti e riconoscibili. Subì poi l’irresistibile fascino del cinema e si iscrisse alla facoltà di cinematografia dell’UCLA, coltivando il sogno di diventare un regista alla Godard. Ancora all’inizio del 1965, la musica non era lontanamente nei progetti dell’allora ventunenne James Douglas Morrison.
Cosa successe allora? Come andò che un giovane poeta beat esordiente, aspirante regista, diventasse la rockstar più famosa degli Stati Uniti d’America? Per comprendere questo passaggio fondamentale occorre prima di tutto capire cos’erano gli Stati Uniti, e soprattutto cos’erano la California e Los Angeles in quel decisivo e irripetibile 1965. La costa Pacifica ribolliva di ribellione, la generazione che non aveva conosciuto la guerra era ansiosa di lasciarsi alle spalle tutti i più obsoleti codici etici e morali dei propri padri. I beat, sin dagli anni ’50, nell’America cupa del maccartismo, avevano stuzzicato le coscienze più sensibili propagandando rivolta, libertà, pacifismo, emancipazione sessuale. Tutte cose che, nel pieno degli anni ’60, erano ormai pronte ad essere recepite su larga scala. La tragedia del Vietnam era prossima a esplodere in tutte le sue tinte più cruente, la rivoluzione del ’68 era dietro l’angolo: Los Angeles si accingeva a diventare la capitale mondiale della contestazione. Beat, bohèmiens e hyppies si erano pacificamente impadroniti della spiaggia di Venice, a Los Angeles.
Morrison all’epoca viveva sul tetto di un palazzo a due passi da Venice, dividendo le sue giornate tra le lezioni all’UCLA e i vagabondaggi lungo quella spiaggia brulicante di vita e di rinnovamento, bohèmien tra i bohèmiens. Viveva solo. Da sempre insofferente a qualsiasi cosa rappresentasse l’autorità, aveva già formalmente rotto i rapporti con la sua famiglia d’origine. Il padre, un autoritario ufficiale della marina dell’esercito americano, rappresentava in pieno quel potere costituito cui Jim, già da tempo, aveva dichiarato guerra. I genitori disapprovavano fermamente la sua scelta di studiare cinematografia, limitandosi a mantenerlo con un magro assegno mensile. Di lì a poco, Jim avrebbe smesso anche di sentirli, cominciando a spargere la voce che fosse orfano. Per Morrison Los Angeles e la California furono la tappa finale di un’infanzia e di un’adolescenza trascorsa a spostarsi da un luogo all’altro dell’America per via dei continui trasferimenti dovuti al lavoro del padre. Nato a Melbourne, in Florida, era stato ad Albouquerque nel New Mexico, a Washinghton D.C. e in moltissime altre città. A L.A., trovò finalmente la sua dimensione ideale.
In quel terremoto rivoluzionario che stava per esplodere definitivamente e che avrebbe trovato nel Pacific West la sua patria elettiva, la musica giocò senz’altro il ruolo più importante. Bob Dylan e Joan Baetz avevano appena rivoluzionato l’idea stessa di canzone, con testi che non si esaurivano in semplici e orecchiabili tormentoni d’amore, ma cantando la pace, l’antimilitarismo, l’angoscia esistenziale, la voglia di cambiamento. E dall’Inghilterra spiravano uragani. I Beatles avevano spazzato via d’un colpo tutto il vecchio con un look scioccante e creando veri e propri momenti di psicosi collettiva durante i loro concerti, gli Stones si ponevano come il loro controcanto sporco e maledetto.
Morrison non poteva restarne indifferente. Suggestionato da Nietzsche e dagli studi sul carattere dionisiaco della tragedia greca, era attratto dal caos, dal disordine, dalle cerimonie di liberazione di coscienza collettiva, dalla manipolazione delle masse. Il futuro Re Lucertola, affascinato dagli isterismi che accompagnavano ogni spostamento dei Beatles, dagli Stones e in particolare dal loro mefistofelico chitarrista Brian Jones, vide nel rock l’equivalente novecentesco dei riti dionisiaci dell’antichità.
Fu così che iniziò a scrivere canzoni e a coltivare l’idea di creare un gruppo rock. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: le canzoni dei Doors, in particolare quelle dei primi album, non nacquero come poesie per poi essere successivamente musicate, ma videro la luce già sotto forma di pezzi musicali. Aiutato dai sempre più frequenti viaggi con LSD, Morrison, come lui stesso ebbe a dichiarare in seguito, iniziò a sentire un vero e proprio concerto in testa: era gran parte della musica che sarebbe finita nei primi due dischi dei Doors. Jim non sapeva nulla di musica, non possedeva i benché minimi rudimenti di grammatica musicale, per cui, l’unico modo per fissare quelle stupefacenti illuminazioni, oltre a fissarne i testi sulla carta, era quelle di canticchiarne in continuazione la melodia.
Tuttavia i Doors non sarebbero mai nati se Morrison non avesse incontrato, un giorno del 1965 sulla spiaggia di Venice, Ray Manzareck, ottimo tastierista e compagno di corso di Jim all’UCLA. Manzareck, che all’epoca suonava in una mediocre cover band assieme ai fratelli, fu l’unico a credere in Morrison, a intuire lo sterminato potenziale presente in quel giovane e apparentemente sconclusionato poeta in erba. Sulla spiaggia di Venice Morrison cantò a Manzareck alcune strofe di Moonlight drive e di altre canzoni appena composte. Ray ne rimase sconvolto, e portò Jim nella sua band. Gli altri componenti non capirono nulla dei testi di Jim: la sua rozzezza musicale, la sua voce inizialmente timida e incerta, priva di qualsiasi base, fece sì che uno dopo l’altro abbandonarono il progetto. Ma Manzareck non si diede per vinto, convinto fino allo stremo che prima o poi Morrison sarebbe esploso in tutto il suo talento. A Ray e Jim si aggiunsero, subito dopo l’abbandono degli altri, il chitarrista Robbie Krieger e il batterista John Densmore. E nacquero i Doors. Il nome scelto da Morrison per la band già ne identificava il carattere unico e, per così dire, letterario: era un esplicito richiamo ad alcuni versi di William Blake, uno dei poeti preferiti da Jim. “Quando le porte della percezione saranno finalmente aperte, tutto finalmente apparirà come realmente è: infinito”.
Le ventuno canzoni che compongono i primi due album della band, The Doors e Strange Days, nacquero tutte tra il 1965 e il 1966, nel corso delle interminabili sessioni nella rudimentale sala prove in casa di Ray e durante le innumerevoli esibizioni live nei piccoli club di Sunset Strip a Los Angeles. Il novanta per cento di quel materiale, proveniva da quello psichedelico concerto che suonava da anni nella testa di Morrison.
Spesso, in maniera superficiale e sbrigativa, si tende a liquidare i testi di Morrison come oscuri, privi di logicità, procedenti per illuminazioni singole e privi di un vero e proprio collante. Eppure non è così. Come lo straordinario ultimo Rimbaud delle Illuminations, anche la poesia di Morrison evoca e rimanda a un mondo “altro”, “superiore”, fatto di richiami e metafore che si inseguono, suggestioni che nascondono significati reconditi e profondissimi. Per comprenderli, oltre ad aver ben chiaro in testa il metodo di composizione di Morrison, che non era – per capirci – logico e consequenziale come quello di Dylan, ma che al contrario procedeva per analogie, giustapposizioni e corrispondenze sinestetiche simile, appunto, a quello di Rimbaud, Celine o Mallarmé, occorre anche tenere sempre ben presente (come per qualsiasi altro poeta che si abbia la pretesa di studiare e comprendere) il contesto storico in cui tali versi furono composti.
Una delle prime canzoni composte dalla band, che poi sarà il brano d’apertura, del primo album, fu Break On Through.
You know the day destroys the night
Night divides the day
Tried to run, tried to hide
Break on trhough to the other side…
“Lo sai che il giorno distrugge la notte, che la notte divide il giorno….ho cercato di correre, ho cercato di nascondermi….apri un varco dall’altra parte”.
Non è il miglior testo di Morrison, ma è una sorta di fondamentale manifesto poetico. La capacità sintetica e compressiva della poesia di Morrison appare già qui in tutta la sua dirompente efficacia: il tempo oggettivo, nell’immagine del giorno e della notte che si rincorrono incessantemente, è una prigione angosciante. Tutto ciò che è oggettivo, estetico, razionale, prestabilito, determinato, è prigione. Il tempo è prigione. Se è necessario reinventare una nuova società, allora occorre reinventare un altro tempo, un altro linguaggio. Non serve a nulla fuggire e nascondersi, occorre “aprire un varco dall’altra parte”, cioè allargare l’area della coscienza, andare al di là dei confini stabiliti, non accontentarsi del noto ed esplorare l’ignoto. In questi quattro versi, come a questo punto è facilmente comprensibile, c’è tutta l’urgenza di liberazione degli anni ’60.
 
Morrison era anche in grado di comporre straordinarie elegie d’amore. L’eutanasia sentimentale di The Crystal Ship, terza traccia del primo album, è senza dubbio uno dei vertici poetici del primo Morrison: “Prima che tu scivoli nell’incoscienza, vorrei avere un altro bacio/ Un’altra rapida possibilità d’essere felice/ Un altro bacio….I giorni si rincorrono pieni di dolore/ Chiudimi nella tua pioggia nobile/ Eri troppo folle quando correvi/ Ma ci ricontreremo ancora”.
Deliver me from reasons why you dreader cry, i dreader fly
“Salvami dalle ragioni per cui tu dovresti piangere e io dovrei volare”.
 
Messaggi reconditi di liberazione, elegie d’amore. Il terzo polo dello stile del primo Morrison era la rapida e stupefacente successione di immagini evocative, che in pochi versi riesce a creare atmosfere indimenticabili e travolgenti. In questo senso, il risultato migliore è senz’altro la stupenda Soul Kitchen, dedicata a Olivia, proprietaria del ristorante di Venice dove Jim era solito consumare i suoi pasti:
“Lasciami dormire tutta la notte nella cucina della tua anima/ Fammi scaldare la mente accanto alla tua graziosa stufa/ Se mi scacci, bambina, vagabonderò barcollando in siepi fluorescenti// Le tue dita intanto disegnano minareti/ Parlano un alfabeto segreto/ Mi accendo un’altra sigaretta e imparo a dimenticare”.
 
Versi come questi, sconosciuti a qualsiasi altra rock band, destinati a rimanere un caso unico, venivano consacrati dalle invenzioni musicali dei Doors in una strana, irripetibile, fantasmagorica e ipnotizzante miscela: la tastiera penetrante di Manzareck, gli assoli folk/jazz di Krieger e il tocco raffinato di Densmore, amalgamandosi all’immaginario di Morrison, crearono la leggenda dei Doors. I rari testi che non provenivano dalla penna di Morrison, erano opera di Robbie Krieger. Suo è, ad esempio, il testo del singolo più fortunato della loro fulgida carriera, Light My Fire, destinato a renderli celebri nel giro di poche settimane.
In questi mesi esaltanti di prove prendeva rapidamente forma tutto quanto l’immaginifico universo poetico di Jim. Cosa chiedeva Morrison alla sua poesia e alla sua musica? Chiedeva, come dichiarato in Break On Through, di “aprire un varco”. Per farlo era necessario ritornare a un mondo arcaico, primordiale e ancestrale, ricercare le origini dionisiache dell’umanità, la più arcaica comunione mente-corpo, il più alto e inarrestabile sregolamento di tutti i sensi. I suoi versi presero così a popolarsi di immagini e simbologie che sarebbero ritornate ossessivamente in tutte le sue composizioni più celebri e sconvolgenti: il fuoco, il deserto, il serpente, la lucertola, simboli di un primitivismo ormai perduto, di verità oscure da ricercare e da riportare alla luce. Come Antonin Artaud, anche Morrison voleva scandagliare l’animo umano in tutta la sua oscurità e violenza per svelarne la verità.
Inoltre, il rock per Jim non fu mai successione di canzoni. Il famoso concerto che si svolgeva nella sua testa non era una semplice live performance, ma un vero e proprio rito teatrale, erotico, dionisiaco e sciamanico.
Lo sciamano appunto. La storia che Morrison amava più raccontare della sua infanzia era quella relativa all’incontro sull’autostrada con un camion di indiani Navaho coinvolti in un terribile incidente. A detta sua, l’anima del vecchio sciamano sanguinante sarebbe balzata fuori dal corpo morente dell’anziano entrando nel suo e impossessandosene per sempre. Un simbolo ovviamente. Morrison, con la sua poesia, voleva essere lo sciamano del rock, e come uno sciamano condurre i suoi ascoltatori in un primordiale e rivelatore rito eleusino di rivelazione collettiva.
Fu unendo tutte queste istanze e tutte queste suggestioni che Morrison diede forma ai suoi più immortali capolavori, prima fra tutte l’epica e sconvolgente The end.

(continua…)

VENERDI PROSSIMO NON PERDERE LA TERZA PUNTATA DE
I SEGRETI DI JIM
"Uccidi il padre, scopa la madre"
 

 

venerdì 3 ottobre 2014

I SEGRETI DI JIM: Il "falso Morrison" (prima puntata)

il lesto racconta... 

I SEGRETI DI JIM
(tutta la verità su Jim Morrison) 

PRIMA PUNTATA

IL FALSO MORRISON  
 
Se è vero che l’apocrifo e la contraffazione sono i principali termometri per valutare la celebrità di un artista, allora possiamo tranquillamente affermare che Jim Morrison, al secolo James Douglas Morrison, rockstar, frontman dei Doors, poeta, regista cinematografico, sex symbol, icona incendiaria dei turbolenti anni ’60, è uno dei più famosi e conosciuti personaggi del novecento.

Chi scrive appartiene a quella famigerata “X Generation” che vide la propria adolescenza segnata, agli inizi degli anni ’90, da un poderoso e inarrestabile ritorno in auge della leggenda di “Re Lucertola” e della musica dei Doors, complice anche – e soprattutto – il discusso e controverso film di Oliver Stone dedicato alla breve, tragica e irresistibile parabola di Jim Morrison. 

Come sempre accade, la trasformazione di un artista in mito e leggenda genera inevitabilmente falsi clamorosi, storicizza dati inattendibili d’ogni sorta, rende credibili dicerie e chiacchiere di comodo. Nel caso di Morrison poi, leggenda non solo post mortem, ma reso già in vita essere mitologico, il processo agiografico di allontanamento dalla realtà è a dir poco decuplicato rispetto ad altri. Per mia fortuna, ho avuto un accostamento alla musica e alla poesia di Jim assai precoce, precedente di qualche anno all’epopea cinematografica di Stone e alla (ri)esplosione della Doorsmania: questo mi ha permesso, da subito, un atteggiamento leggermente più lucido, consapevole e critico davanti alle facili celebrazioni e alle immagini fuorvianti.

Questi appunti sono la sintesi di un mio lavoro più ampio in attesa di una qualche collocazione editoriale, frutto di un più che ventennale interesse nei confronti della poesia e della musica di Morrison. Un lavoro che, personalmente, vorrebbe anche saldare un immenso debito di gratitudine: come sarà accaduto anche per moltissime altre persone, devo proprio a Morrison la costruzione esaltante, tra i tredici e i quattordici anni, della mia prima, rudimentale e privatissima, libreria letteraria e musicale. 

Dalla suggestione e dalla passione per Jim Morrison e per i Doors, fu assolutamente naturale che sgorgassero fuori a catena altri stimoli, altri interessi. Prima di tutto, seguendo le innumerevoli piste di influenze e rimandi letterari presenti nei suoi versi, mi appassionai a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg, a tutta la beat generation, a Rimbaud e ai poeti maledetti francesi, alla tragedia greca, a Godard e a tutto il cinema della nouvelle vague, a Nietszche, a Spinoza, a Sartre e all’esistenzialismo; e, ovviamente, alla musica di Hendrix e della Joplin, a Lou Reed e ai Velvet Underground, ai Jefferson Airplane, ai Byrds e agli Animals. E chissà quant’altro. Ad ogni modo, un patrimonio artistico e culturale inestimabile.

Quando nel 1990 uscì il celebre film di Oliver Stone i Doors e Jim Morrison tornarono improvvisamente e prepotentemente di moda. L’inquietante e seducente figura da angelo caduto in pelle nera di Re Lucertola fu immediatamente innalzata – in maniera assolutamente acritica e indiscriminata - a icona sacra, feticcio di ribellione, divinità mai redenta.

Già prima del film, più o meno dai mesi immediatamente successivi alla sua morte, su Morrison circolavano una quantità spropositata di aneddoti fasulli sulla sua vita e centinaia di apocrifi artistici. Dopo che la pellicola di Stone fece il giro del mondo, la proliferazione di falsi divenne incontrollata e incontrollabile. La stessa No One Here get out alive (Nessuno uscirà vivo da qui), scritta da Jerry Hopkins e Danny Sugerman, che per tutti gli anni ’80 e buona parte dei ’90 fu (a torto) ritenuta la biografia ufficiale di Jim Morrison, contiene una quantità imbarazzante di falsità e clamorose inesattezze.

Prima di tutto cerchiamo di capire (e di chiarire): di che genere e natura sono questi falsi?

Per prima cosa, gli aforismi. Circolano, credo, in internet, sui diari di scuola, sui muri, qualche discreto migliaio di aforismi firmati “Jim Morrison”. Io stesso ricordo i diari dei miei compagni di liceo riempiti fino alla paranoia di questo diluvio assurdo di citazioni apocrife. 
Ci sono aforismi di altri attribuiti, chissà perché, a Jim Morrison: ad esempio il celeberrimo “Nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di risorgere”, in realtà di Yukio Mishima, presente tuttavia a firma di Morrison in ogni diario liceale, nonché come epigrafe a un immenso murale bolognese raffigurante il Re Lucertola durante un concerto. 
Ci sono poi aforismi anonimi di una tragica banalità e ingenuità sempre attribuiti a Morrison, come “piangevo perché non avevo le scarpe, poi vidi uno che non aveva i piedi” oppure “quando morirò andrò in paradiso poiché l’inferno l’ho già vissuto quaggiù”. 

Se da un lato chiunque abbia ascoltato una qualsiasi canzone dei Doors soffermandosi sui testi può benissimo comprendere senza spiegazione il perché tali frasi non possono essere riconducibili a Morrison nemmeno lontanamente, è altrettanto chiaro il perché di tale proliferazione di un Morrison apocrifo. 
Dalla notte dei tempi, la falsa attribuzione è una fastidiosa e quasi inevitabile conseguenza di un successo travolgente, di un assurgere ai cieli della mitologia. Si tende, per diffondere, per dare credibilità a un qualcosa, per infondere sostanza a un proprio gusto personale, ad attribuirlo all’uomo o alla donna più in voga del mondo. Accadde anche nell’antichità, a poeti come Omero, Plauto e Virgilio.

Oltre alle canzoni, a una sceneggiatura per un film, a tre libri di poesia più qualche componimento sparso (alcuni dei quali letti e registrati su nastro) pubblicati in vita, Morrison lasciò una quantità imprecisata di taccuini inediti, contenenti centinaia e centinaia di versi. Nel corso di un decennio (all’incirca 1992-2002), tutto il contenuto di questi preziosi taccuini fu raccolto e pubblicato grazie alla paziente e certosina opera di sistemazione di uno dei migliori amici di Jim, Frank Lisciandro. Grazie a questa operazione oggi possiamo dire di possedere e conoscere l’intera opera di Morrison: difficile, se non impossibile, che altri misteriosi inediti saltino ancora fuori.

Tornando ai falsi aforismi, è ovvio che fino qui restiamo sul piano di apocrifi ingenui e per lo più innocui e innocenti, ne esistono ben altri assai più seri, se non scandalosi e pericolosi.

Innanzitutto, la vita di Morrison. Dicevamo prima come la stessa presunta biografia “ufficiale” sia stracolma di inesattezze d’ogni sorta. Gli autori di No One Here Get Out Alive, edita nel 1980, sono Jerry Hopkins, che come giornalista dell’allora pionieristica rivista musicale “Rolling Stone” seguì da vicino le sconvolgenti performance live dei Doors, e da Danny Sugerman, che poco più che adolescente, tra il 1969 e il 1970 lavorò come runner negli uffici della band a Los Angeles. 
Il giornalismo sensazionalistico di Hopkins, e l’immaginario adolescenziale di Sugerman, diedero anima e forma a un libro problematico, fuorviante e mitologico in troppi aspetti (si pensi che a tutt’oggi, gli amici più intimi di Jim, chiamano polemicamente quel libro “Qua dentro ci sono solo un mucchio di bugie”). 
Un esempio lampante dei suoi discutibili criteri di ricerca (ce ne sono dozzine, sui quali torneremo più avanti) è come il libro tratta la figura della giornalista newyorkese Patricia Kennely. Nella biografia la coppia Sugerman/Hopkins le riserva uno spazio immenso, rendendola, subito dopo la compagna storica e ufficiale Pamela Courson, l’amore più lungo e importante di Morrison. L’unica fonte di tali notizie sono i racconti forniti dalla stessa Kennely ai due autori. La Kennely racconta di aver incontrato Morrison nel 1967, ai tempi delle prime esibizioni dei Doors a New York, di averlo amato, di averlo sposato con una cerimonia esoterica condotta da una sacerdotessa della setta delle streghe Wicca, di essere rimasta incinta di lui nel 1969 ai tempi del processo di Miami e di aver abortito, di essersi divertita in più di un’occasione a far perdere la testa a Pamela per gelosia. La smania di tali aneddoti succulenti (una cerimonia Wicca con tanto di patto di sangue farebbe gola a qualsiasi biografo rock) fece sì che l’avventata coppia di autori attingesse a piene mani ai ben poco attendibili resoconti della Kennely. L’unica fonte della donna è se stessa, i suoi racconti non trovano conferma (anzi, semmai, trovano secche smentite) in nessun’altra persona vicina a Jim, le date non tornano o si sovrappongono ad altri avvenimenti. 
Il loro presunto primo incontro e l’inizio della loro relazione la Kennely lo fa risalire all’estate del 1967: impossibile, visto che in quei mesi Morrison, effettivamente a New York, viveva la sua travolgente storia d’amore con la bellissima chanteuse dei Velvet Underground, la tedesca Nico. 
Questo è ovviamente solo un piccolo esempio, ma abbastanza decisivo per farci capire come il metodo di lavoro dei due autori, basato su molte dicerie e nessun riscontro, abbia finito per costruire una biografia in molti punti fantasiosa e inattendibile. L’immagine di Morrison esce così distante anni luce dalla realtà, con la conseguenza terribile che si finisce per apprezzare, adorare e amare un qualcosa che non esistette mai.

Anche il film di Stone, per molti versi, può essere inserito nelle opere che hanno contribuito a creare un Morrison “apocrifo”. Eppure, il regista sembra in buona parte assolvibile. La sua è una pellicola estrema, che spinge l’acceleratore al massimo sull’immagine maledetta, eccessiva, sconsiderata e irragionevole di Re Lucertola. Un film “drogato” e disturbato, volutamente caotico e surreale. Il Morrison di Stone è più folle che poeta, più stravagante che artista, più suicida che sciamano. 
Ma si tratta, appunto, di un film. A un film, anche al più rigoroso ritratto biografico, non si può chiedere fedeltà filologica. Un film, per sua natura, inventa ed eccede. Nonostante le esagerazioni e le invenzioni, a differenza della biografia Sugerman/Hopkins, il film di Stone ha una sua compattezza e logicità emotiva che finisce per giustificarlo. Nonostante questo, fu quasi scontato che la pellicola venisse immediatamente sommersa dalle critiche indignate della cerchia delle persone più legate a Morrison. 

A partire dai tre Doors superstiti, Manzareck in testa, fino ad arrivare agli amici più intimi come Lisciandro, fu un vero e proprio diluvio di scandalizzate grida contro lo “stupro cinematografico alla vita di Jim Morrison”. 

C’è tuttavia un fatto innegabile che giustifica alcune clamorose inesattezze biografiche del film: all’epoca, 1990, ex Doors e amici intimi di Morrison erano rimasti per lo più chiusi in un rispettoso silenzio, facendo così della solita biografia Hopkins/Sugerman e di altri libri simili, pressoché le uniche fonti a disposizione di Stone. Il successo planetario del film, e il vespaio polemico che ne scaturì, fu prima di tutto una sorta di scossa per chi aveva conosciuto Jim e aveva vissuto in prima persona la magia di quegli anni turbolenti. Di colpo, subito dopo l’uscita del film, chi era rimasto in silenzio per vent’anni, iniziò a parlare. 
Seguirono anni in cui fioccarono pubblicazioni, interviste, nuove e sempre più attendibili biografie, fino ad arrivare alla decisiva, e definitiva, Jim Morrison, di Stephen Davis. 
Frank Lisciandro scrisse anch’egli un libro di aneddoti, Feast of friends, oltre che a dedicarsi, aiutato dalla moglie Kathy e dai genitori di Pamela Courson, alla pubblicazione sistematica di tutti gli inediti di Jim, e anche gli ex Doors si affrettarono a rendere la loro versione dei fatti, scrivendo ognuno la loro personale autobiografia. 
Questi testi, messi tutti insieme, restituirono un’immagine finalmente reale, veritiera e più umana di Morrison, sia come persona che come artista. Nonostante questo, la maggior parte delle persone resta ancora legata all’idea “benzedrina&follia”: una rockstar umanizzata fa meno gola, specie nell’epoca del più becero e sfrenato gossip.

Le falsità sul conto di Morrison raggiungono tuttavia l’apice riguardo alla sua “misteriosa” morte, che poi di misterioso (purtroppo?) non ha un bel niente. La morte di Morrison, a Parigi il 3 luglio del 1971, fu anzitutto una spaventosa tragedia umana di solitudine e abbandono. Uno scandalo di silenzi e coperture incrociate che fecero sì che potessero essere ritenute credibili nel corso degli anni fandonie clamorose come quelle che vollero Jim morto per un banale infarto (a 27 anni??), oppure, peggio ancora, che lo vollero ancora vivo, in fuga verso qualche posto esotico, facendo del suo decesso un’abile messa in scena. 

Un abile e spregiudicato speculatore parigino, Jacques Rochard, pubblicò un illeggibile libercolo in cui sostiene come Jim Morrison, negli anni ’80, fosse ancora vivo, raccontando dettagliatamente gli incontri intercorsi tra lui e l’ex cantante. Il fantascientifico libro fu pubblicato nel 1980, guarda caso lo stesso anno della biografia di Sugerman e Hopkins, che si chiude stupidamente lasciando intendere che Morrison abbia inscenato la sua morte. 
Rochard si è spinto ancora più in là: qualche anno dopo ha pubblicato una raccolta di versi opera, a detta sua, del Morrison post 1971, una scandalosa accozzaglia di brutte copie del Morrison migliore. Anche sull’episodio della morte, torneremo in seguito. Perché insieme agli altri, in questi ultimi dieci anni hanno finalmente parlato i testimoni delle ultime ore di vita di Jim a Parigi, fornendo un quadro (quasi) completo di come si svolsero effettivamente i fatti.

Per comprendere cosa realmente fu e cosa realmente è ancora la poesia di Morrison, occorre dimenticare e mettere da parte tutte queste leggende. E ripartire dai versi.
Ci siamo tutti? Lo spettacolo sta per cominciare….

(continua... )

I SEGRETI DI JIM vi dà appuntamento VENERDI PROSSIMO, 10 ottobre, con la seconda puntata, "Il primo Morrison". 

Vuoi approfondire quanto hai appena letto? Ecco alcuni consigli! 
Per lo smascheramento delle "eresie" che circolano sul conto di Jim Morrison ti consigliamo due libri già citati nell'articolo: Feast of Friends, di Frank Lisciandro (ma attenzione, al momento lo trovi solo in inglese, cercalo su Amazon!) e Jim Morrison di Stephen Davies (questo lo trovi tranquillamente in libreria, edizioni Mondadori), più un altro, Riders on the storm, scritto dall'ex batterista dei Doors John Densmore (Arcana Editrice, in libreria dovresti trovarlo, nel caso ordinalo su internet).
Se poi ami le sfide, ti invitiamo a ricercare l'edizione 1991 di tutti i testi delle canzoni dei Doors, tradotta da Tito Schipa ed edita sempre da Arcana, oggi fuori catalogo e fuori commercio. Lì, nell'introduzione, c'è una splendida introduzione di Riccardo Bertoncelli che intervista Frank Lisciandro. Se riesci a trovarla da qualche parte, ne vale davvero la pena. 
Anche se spesso impreciso, resta comunque da vedere, se non l'hai già fatto, The Doors di Oliver Stone, con Val Kilmer nel ruolo di Morrison. 
Per un confronto, vale comunque la pena leggere Nessuno uscirà vivo da qui, di Hopkins e Sugerman, oggi edita da Kaos, che trovi in qualsiasi libreria fornita. 
Se infine hai voglia di farti due risate, il libro delirante di Rochard, Jim Morrison vivo!, oggi lo trovi in libreria sempre edito da Kaos.