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giovedì 9 ottobre 2014

ROSA FRESCA AULENTISSIMA (Lezioni Minime, dalle origini al trecento, Storia della Letteratura Italiana, secondo capitolo)

Lezioni Minime - Storia della letteratura italiana

DALLE ORIGINI AL TRECENTO  

Per leggere i capitoli precedenti:
Primo Capitolo

Secondo Capitolo
ROSA FRESCA AULENTISSIMA 

Dopo le guerre di Provenza, i giullari si riversarono in maniera massiccia e capillare in tutta la penisola italiana. 
Così di conseguenza, nel giro di pochi anni, la poesia laica in volgare, specie a tematica amorosa, che aveva fatto la fortuna dei poeti occitani, si diffuse in tutta Italia, riscuotendo così tanto successo da favorire, se non addirittura determinare la nascita della Letteratura Italiana. 

Ovviamente, in un'Italia estremamente frammentata come quella del 1200, teatro non solo delle guerre tra Impero, Papato e Comuni, ma anche di guerre civili all'interno delle stesse istituzioni comunali, l'avvento e lo sviluppo della Letteratura non potevano avvenire in maniera identica e uniforme. 
Però, se ragioniamo per grandi numeri, possiamo individuare tre grandi aree geografiche: il nord, dove all'imitazione e alla traduzione delle poesie dei provenzali iniziò ad andare di moda la poesia mistica, allegorica e visionaria; il centro, dove dominò la poesia religiosa; il sud, dove sempre ispirandosi alla poesia laica provenzale, nacque la prima "scuola" poetica della storia della Letteratura Italiana. 

Partiamo proprio dal sud. 
Per riportare la sede dell'Impero in quella che era ancora ritenuta la sua sede naturale, l'Italia appunto, e per controllare più da vicino le manovre politiche del Papa, Federico II di Svevia decise di trasferire la corte imperiale in Sicilia. 
Con l'ambizione di emulare gli antichi imperatori romani, Federico II investì moltissimo, con scopi ovviamente propagandistici, nella cultura. 
Tra le altre cose, fondò l'Università di Napoli e la Scuola Medica di Salerno. E, cosa che ci interessa maggiormente, attorno al suo regno, favorita e incoraggiata direttamente dalla sua persona, fiorì la cosiddetta Scuola Siciliana

Come già detto, si tratta a tutti gli effetti della prima scuola poetica (o primo movimento poetico, che dir si voglia) della Letteratura Italiana. Ma con una caratteristica del tutto particolare. Anzi, più che particolare, diciamo proprio assurda e grottesca: nessuno dei suoi componenti era un poeta né, più genericamente, un letterato
Com'è possibile tutto ciò?
Semplice: una delle grandi ambizioni di Federico II era proprio quella di avere una poesia di corte, ma non essendoci in Sicilia poeti "di professione" (non dimentichiamoci che la Letteratura Italiana doveva ancora nascere), investì dell'altissimo compito persone che poeti non erano, ma erano tutti uomini di legge, avvocati, notai, tutti freschi di laurea all'Università di Napoli fondata dall'Imperatore. 

Di gran parte della letteratura che tutti noi abbiamo studiato a scuola, ne conserviamo un ricordo decisamente pesante. Ecco, nel caso della Scuola Siciliana, il liceo non c'entra: è veramente pesante e poco sostenibile
Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Certo i siciliani furono importanti, importantissimi: oltre a dare il "la" alla poesia in volgare italiano, tra le tante cose inventarono il sonetto, che divenne da subito la forma metrica d'eccellenza della poesia italiana. Ma se si parla di emozioni proprio no, non ci siamo. La poesia dei siciliani è fredda, schematica, per forza di cose - non essendo veri poeti e quindi non mossi da reale necessità nello scrivere - costruita a tavolino. 

Su che basi però, Giacomo da Lentini e gli altri autori siciliani, costruirono queste poesie a tavolino? 
Sulla base ovviamente della poesia dei trovatori provenzali, quella poesia "importata" in Italia, e quindi anche in Sicilia, dai giullari. 
I sonetti e le canzoni della scuola siciliana, ricalcano infatti (a volte sono praticamente delle traduzioni) gli schemi tematici dei trovatori e dell'amor cortese: la perfezione della donna, l'amore come un patto di fedeltà tra il cavaliere/servitore e la dama/padrona e via dicendo. 

Ma dove la troviamo la "mano" dei giullari, la traccia del loro passaggio? 
Come si è detto nel capitolo precedente, il giullare era un artista poco classificabile, essendo contemporaneamente attore, ballerino, musico e scrittore. Ovvio quindi che spesso e volentieri i giullari, senza alcuna soluzione di continuità, si mescolassero e si confondessero ai letterati "puri". 
Proprio nella Sicilia dei primi decenni del 1200 troviamo uno dei casi più lampanti, interessanti e divertenti di questa mescolanza. 

Prima di tutto, una precisazione: della scuola siciliana noi non leggiamo gli originali.  
Quando a metà secolo crollò l'Impero svevo nell'Italia del sud, gran parte dei suoi patrimoni andarono perduti. Tra questi, i manoscritti dei poeti della Scuola Siciliana. 
E allora, se andarono perduti, come facciamo a leggerli? Presto detto: gli originali furono trascritti da copisti toscani, che però non si limitarono a ricopiarli, ma li tradussero. Perciò noi non leggiamo gli originali in volgare siciliano, ma le traduzioni in volgare toscano. 
Tutti tranne uno, il componimento intitolato Rosa fresca aulentissima
Perché, tra i tanti, questo fa eccezione? Perché il suo autore, tale Cielo d'Alcamo, di cui sappiamo quasi nulla, non era un poeta della Scuola Siciliana, ma bensì un giullare.

Facciamo un po' d'ordine e cerchiamo anzitutto di capire due cose: cosa sappiamo di questo autore e cosa sappiamo di questo testo?
Partiamo dalle certezze: Cielo d'Alcamo (anche se probabilmente non si chiamava così, ma su questo torneremo dopo) era sicuramente un giullare, molto vicino ai poeti della Scuola Siciliana, anch'egli siciliano e vissuto nella prima metà del 1200.
Rosa fresca aulentissima, unico testo a noi noto dell'autore, è un contrasto, cioè un componimento tipico del repertorio comico giullaresco, e fu scritto senza dubbio dopo il 1231(promulgazione delle Costituzioni Melfitane) e prima del 1250 (morte di Federico II).
Da dove ricaviamo queste certezze? Semplicemente dall'analisi diretta del testo. Perciò, non perdiamoci troppo in altri discorsi superflui e andiamo a vedere la poesia.

Si tratta, si è già detto, di un contrasto. Come funzionavano, come erano fatti questi contrasti? Il contrasto era una specie di poesia in forma di dialogo, con un botta e risposta tra due personaggi, sempre un uomo e una donna, con uno schema abbastanza semplice di una battuta per strofa.
Un dialogo quindi, che ci richiama immediatamente il teatro e la recitazione in genere. Ecco quindi perché i contrasti erano una specie di "cavalli di battaglia" del repertorio dei giullari: non si limitavano a declamarli, ma li recitavano, interpretando e mimando contemporaneamente entrambi i personaggi.
Quindi, per essere precisi, più che una poesia, il contrasto è il testo di una breve azione teatrale recitata da un solo attore (il giullare) che recita contemporaneamente tutte le parti.
Ed essendo pure il contrasto di derivazione provenzale, era anche accompagnato dalla musica.

Si diceva nel capitolo precedente come i giullari, durante i loro spettacoli, recitassero le poesie dell'amor cortese dei poeti trovatori. Vero, verissimo. Solo che oltre a recitarle (e a diffonderle) ne facevano anche la parodia.
Ecco, il contrasto era anche questo: la parodia della poesia amorosa dei poeti trovatori.
La tematica dei contrasti infatti, era sempre quella. L'uomo faceva esplicite avances sessuali alla donna, lei all'inizio rispondeva sdegnata e sdegnosa, lui insisteva in un crescendo di allusioni e doppi sensi erotici e lei alla fine si concedeva. L'esatto contrario delle passioni spirituali dell'amor cortese.

Rosa fresca aulentissima non fa eccezione, trattandosi di contrasto a tematica erotica. Il suo autore quindi, Cielo d'Alcamo, non può che essere un giullare.
Un giullare siciliano per la precisione, visto che la lingua del contrasto è un siciliano molto popolare, che ricalca lo strato sociale dei due protagonisti dell'azione scenica, un gabelliere (cioè un esattore delle tasse) e una popolana (anche i personaggi, sempre di umili origini, sono la parodia degli amanti aristocratici della poesia dei trovatori).
Ma è lo stesso nome dell'autore a darci la prova definitiva del suo essere giullare siciliano. D'Alcamo, cioè di Alcamo o da Alcamo, paese a pochi chilometri da Palermo.
Cielo invece, con ogni probabilità è un toscanismo derivante dall'errore di un copista. Come hanno dimostrato illustri studiosi (De Bartholomeis, Toschi, D'Ancona... ), il vero nome del nostro autore è Ciullo.
Lo possiamo intendere in due modi, o come diminutivo di Vincenzo - Vincenzullo, oppure come vero e proprio nome d'arte. Tutti i giullari ne avevano uno, ed era sempre un nome scurrile, carico di doppi sensi erotici e sessuali.
Ciullo infatti, altro non è che uno dei mille modi per chiamare l'organo genitale maschile. Essendo un giullare, e leggendo il testo di Rosa fresca aulentissima propendiamo decisamente per questa ipotesi.

Ovvio che a scuola mica ce la raccontano tutta sta storia... ma fosse solo per il pudore di non dire che questo autore aveva scelto di chiamarsi come il pisello, non sarebbe poi così grave. Il delitto vero e proprio lo fanno le antologie, che pur riportando sempre Rosa fresca aulentissima quasi sempre ne censurano completamente la spiegazione corretta, preferendo giri di parole incomprensibili che, oltre ad annoiare a morte i poveri studenti, sono colossali menzogne.

Vediamolo allora, questo testo.
La scena è la piazza di una città. C'è il gabelliere, che sta facendo il giro della riscossione delle tasse, per strada, mentre la donna è affacciata alla finestra. Il gabbelliere la vede e dice:

"Rosa fresca aulentissima ch'apari inver' la state,
le donne ti disiano, pulzell' e maritate:
tràgemi d'este focora, se t'este a bolontate;
per te non ajo abento notte e dia,
penzando pur di voi, madonna mia"

La parafrasi, pare abbastanza semplice: "Rosa fresca e profumatissima, che appari verso l'estate, le donne ti desiderano, quelle giovani e quelle maritate".
La Rosa, da che mondo e mondo, nella poesia è simbolo della donna amata. Lei, la popolana affacciata alla finestra, è la rosa che appare verso l'estate. Semplice, semplicissimo.
Ma siamo sicuri? Qui c'è più di qualcosa che non torna. Prima di tutto, come fa una rosa ad apparire, e quindi a fiorire, verso l'estate? D'estate le rose non fioriscono, appassiscono e si bruciano, semmai. E poi, la donna è così tanto fresca e profumata che le donne la desiderano? Le pulzelle e le maritate??
No, proprio non torna questa parafrasi.
Allora, qual è quella corretta? Usciamo dalla dimensione strettamente letteraria ed entriamo in quella della messa in scena del contrasto.
Concentriamoci sul personaggio maschile: il gabelliere all'epoca indossava un lungo gonnellone nero, facilmente sollevabile. Questo perché alla coscia, legato con un laccio, portava il Libro Mastro della riscossione delle imposte. Ogni casa doveva fermarsi, sollevare il gonnellone, tirare su la coscia e segnare sul libro se la famiglia aveva pagato oppure no. Il tutto in una posizione simile a quella delle gru, con una gamba a terra e l'altra sollevata.
Ed è proprio in questa posizione che il nostro gabelliere si trova all'inizio del componimento, come una gru, intento a controllare il Libro Mastro.
A cosa serve sapere queste cose? Serve a capire l'intera poesia. Vediamo perché.
Quel particolare tipo di gonnellone, in volgare siciliano aveva un nome specifico, si chiamava state (o stati). Se allora la state della fine del primo verso non è l'estate, e se il gabbelliere sta nella posizione della gru, è chiaro che la rosa fresca e profumatissima non è la donna, ma qualcos'altro.
La rosa che appare verso la state, verso il gonnellone, è sempre lui, il pisello, il ciullo in persona. Ecco perché le donne lo desiderano, le pulzelle e le maritate!!
Capito questo, il resto della parafrasi diventa davvero semplicissimo: "tirami fuori da questo calore, se ne hai volontà, per te non ho sollievo, notte e giorno, pensando proprio a voi, donna mia".
Non è la donna a non dargli sollievo, ma la rosa, che lo tormenta - facile immaginare come, proprio quando pensa alla donna.

Lo schema narrativo del contrasto, si è già detto.
La donna respinge i bollenti spiriti dello spasimante in maniera netta e definitiva. Leggiamo nella sua risposta:

avere me non pòteri a esto monno,
avanti li cavelli m'arritonno.

Capito? Lei gli dice che piuttosto che darsi a lui, si toserà i capelli, cioè piuttosto che andare a letto con lui preferisce farsi monaca.
Ma il nostro gabbelliere non si dà per vinto.

Se li cavelli arritonniti, avanti foss'io morto,
ca' n issli mi pèrdera lo sollaccio e 'l diporto.
Quando ci passo e vejoti, rosa fresca de l'orto,
bono conforto donimi tutte l'ore,
poniamo che s'ajunga il nostro amore.

Le dice che preferirebbe morire, se lei si facesse monaca. Con la perdita dei capelli, lui perderebbe la gioia e il piacere.
Al di là del senso letterale, capito la sottigliezza, capito la parodia dell'amor cortese? Al giullare-gabelliere questa fanciulla piace fisicamente, lo attrae dal punto di vista erotico e sensuale, la vuole portare a letto, l'amore platonico non c'entra nulla. Infatti, senza capelli non lo attirerebbe più!
E affinché non sussista alcun dubbio sulle sue reali intenzioni, lui chiude dicendo: poniamo che s'ajunga il nostro amore, cioè "facciamo in modo che si coniughi il nostro amore", cioè che si intrecci in senso fisico.
Visto che lui proprio non sente ragioni, la ragazza a questo punto passa alle minacce. Se non la smette, dice lei nella strofa successiva, chiamerà i suoi parenti a fargli dare qualche bella legnata di lezione.
Ma neanche le minacce scompongono il nostro gabelliere. Appena sente la ragazza nominare la vendetta dei suoi parenti, ecco che sfodera la battuta più satirica dell'intero contrasto. Le dice:

Se i tuoi parenti trovanmi, e che mi pozzon fare?
Una defensa mettonci, di dumil' agostari:
non mi toccare padreto per quanto avere ha in Bari.
Viva lo 'mperadore, grazi a Deo!
Intendi, bella, quel che ti dico eo?

La parafrasi è la seguente: "Se i tuoi parenti mi trovano, che mi possono fare? Io ci metto una defensa di duemila augustari: e tuo padre non mi può toccare per tutti gli averi della città di Bari. Viva l'Imperatore, grazie a Dio! Capisci, bella, quel che ti sto dicendo?".
Sì, la bella fanciulla ha capito, e fin troppo bene, quel che gli sta dicendo il gabelliere.
Ma noi, noi abbiamo capito? No, noi non abbiamo capito una mazza. Il perché questo passo ci suona incomprensibile è semplicissimo: non sappiamo cosa fosse la defensa.
Nel 1231, durante un periodo d'assenza di Federico II dalla Sicilia, scoppiò una rivolta popolare in tutta la regione. Gli aristocratici riuscirono a domarla, reprimerla nel sangue e a difendere il palazzo dell'Imperatore dall'assalto.
Come ricompensa ai nobili per aver salvato la sua corte, Federico II appena tornato promulgò le Costituzioni Melfitane, una serie di leggi che ampliavano a dismisura i privilegi aristocratici in tutto il territorio dell'Impero.
Tra queste vi era appunto la defensa, una specie di assurda e pazzesca tassa sullo stupro. In parole povere: ogni nobile o alto borghese maschio poteva tranquillamente stuprare una popolana a patto che, a stupro appena ultimato, gettasse sul corpo della ragazza la somma prevista dalla tassa, duemila augustari. Pagato questo indennizzo, lo stupratore non era più perseguibile dalla legge. Nel caso in cui, richiamati magari dalle urla della donna, fossero arrivati i parenti di lei, sarebbe stato sufficiente che lo stupratore, levando le braccia al cielo, gridasse "Viva l'Imperatore, Grazie a Dio!", per far capire che aveva pagato la defensa, e nessuno avrebbe potuto toccarlo. Se lo avessero toccato, i parenti sarebbero subito stati impiccati, senza nemmeno un processo.

La spiegazione di questo passo è, come si suol dire, la quadratura del cerchio.
Solo un giullare, e non certo un poeta di corte al servizio dello stesso Imperatore, poteva lanciarsi in una satira così netta e graffiante.
Peccato solo che nessuno, o quasi nessuno, lo ricordi, e che sempre, o quasi sempre, un testo divertente e ferocemente satirico come Rosa fresca aulentissima, venga trasformato nell'ennesima noia mortale da sopportare durante le ore di scuola.
La defensa aveva di fatto legalizzato lo stupro.
Non spiegare a dovere questo testo, è di fatto la tacita legalizzazione dello stupro della Letteratura Italiana.

Giovedì prossimo non perdere:
Terzo Capitolo, GIULLARI IN UMBRIA
dove si vedrà come anche la grande poesia religiosa di Francesco d'Assisi e Iacopone da Todi fu influenzata in maniera decisiva dai giullari.

VUOI APPROFONDIRE QUANTO HAI APPENA LETTO?
Ecco alcuni suggerimenti:
ho setacciato le antologie scolastiche di mezzo mondo, senza trovare una spiegazione che mi soddisfi, né suoi contrasti in generale, né su Rosa fresca aulentissima in particolare;
perciò, ti consiglio di andare in biblioteca e cercare questi due libri: Le origini del teatro italiano, di Pietro Toschi, edizioni Il Mulino, volume I, dove si parla moltissimo della diffusione dei giullari in Italia nel 1200, del genere dei contrasti e nello specifico di Ciullo d'Alcamo e di Rosa fresca aulentissima; cerca anche, ma devi andare in una biblioteca veramente grande, un libro immortale dello storico Alessandro D'Ancona, Le origini della poesia italiana, risalente addirittura al 1891!
se vuoi invece qualcosa di più contemporaneo, l'unico che ha affrontato in maniera davvero approfondita la questione è Dario Fo in Mistero Buffo, dove oltre a spiegarci origine e natura dei giullari, dedica un capitolo intero proprio a Rosa fresca aulentissima; il libro lo trovi in tutte le librerie edito da Einaudi; lo spettacolo lo trovi tranquillamente su YouTube.

giovedì 2 ottobre 2014

COME FU CHE I GIULLARI INVENTARONO LA LETTERATURA ITALIANA (Lezioni Minime, Dalle origini al trecento, primo capitolo)

Lezioni Minime - Storia della letteratura italiana

DALLE ORIGINI AL TRECENTO

Primo Capitolo
COME FU CHE I GIULLARI INVENTARONO LA LETTERATURA ITALIANA

Com'è che nel 1200 o giù di lì nacque quella cosa che poi si sarebbe chiamata - e si continua a chiamare, Letteratura Italiana?


Lasciamo stare tutte quelle robe filologiche sull'evoluzione della lingua, del passaggio dal latino alle lingue romanze e via discorrendo, che la nascita della Letteratura Italiana mica c'entrano poi tanto. 
Questo perché quando nasce la letteratura, l'evoluzione linguistica dal latino alle lingue romanze s'era già bella e compiuta da un pezzo, da secoli e secoli, e tutti (ma proprio tutti) parlavano in volgare. 
A saper leggere e scrivere però erano davvero in pochi, pochissimi. Uomini di legge, di chiesa e altri gruppuscoli d'intellettuali. Nessun altro. 
Manco per fare il Re o l'Imperatore era così importante saper leggere e scrivere. Lo stesso Carlo Magno pare fosse completamente analfabeta. 
In ogni caso, chi leggeva e scriveva lo faceva in latino, non in volgare. Al massimo in volgare si redigevano alcuni documenti di tribunale, tipo che so, la sentenza di una disputa tra due contadini per questioni di terreni confinanti, di modo che leggendola ad alta voce i popolani potessero comprenderne l'esito. 
Ma documenti LETTERARI - poesie, poemi, novelle, testi filosofici - no, per quelli c'era il latino. 

Allora com'è che andarono le cose? 
Se non c'entra l'evoluzione della lingua, perché di botto nel 1200 ci si mette a produrre letteratura in volgare? 
Sono due le parole chiave: RELIGIONE e GIULLARI

Prima di tutto la Letteratura Italiana non sarebbe mai nata (di sicuro non sarebbe nata nel 1200) se qualche tempo prima non fosse andata in scena la più grande guerra di repressione religiosa del medioevo. 
Erano i tempi della caccia alle eresie
"Eretico" - ed è bene ricordarlo - originariamente significa "deviante rispetto alla tradizione canonica religiosa". 
Quindi, nel medioevo, i gruppi "eretici" sono tutti quei gruppi cristiani che propongono una interpretazione delle Sacre Scritture e della vita religiosa differente rispetto a quella del Papato, della Chiesa "ufficiale". 
Il perché nel tardo medioevo spuntino come funghi in tutta Europa movimenti ereticali è presto detto: nel corso dei secoli si era compiuto il passaggio della figura del Papa e dei vertici della Chiesa da autorità esclusivamente religiose a entità anche, e soprattutto, politiche. 
Episodi come la lotta per le investiture, i continui conflitti armati con l'Impero per il potere universale e la cosiddetta ideologia teocratica (l'idea cioè di un potere assoluto, politico e religioso, riassunto nella sola figura del Papa), non fanno che dare della Chiesa Romana (che non si chiama ancora Cattolica, nome che prenderà solo dopo il Concilio di Trento, tra il 1545 e il 1563) un aspetto sempre più simile a una gerarchia politica e, di conseguenza, ad allontanarla dal popolo.

Ai tempi, il gruppo eretico più numeroso e organizzato d'Europa era quello dei catari, nome che deriva dal greco (katharos) e significa "puro". 
Essi nacquero e si diffusero soprattutto in Occitania (Francia del sud, attuale Provenza), e per questo sono tuttora noti anche con il nome di albigesi (dalla città Francese di Albi). 
Ma che tipo di dottrina proponevano? Che tipo di lettura delle Sacre Scritture?
E perché si definivano "puri"? Puri rispetto a chi e a che cosa? 
Questo gruppo, basandosi esclusivamente sul Nuovo Testamento (Vangelo e Apocalisse) e interpretando alla lettera alcuni passi del Vangelo, rifiutavano completamente ogni bene materiale e ogni espressione della carne.  Per questo erano anche a favore di una totale abolizione della proprietà privata.
Da questo principio di massima derivò una divisione dualistica del mondo intero, cioè l'idea di un universo diviso nettamente in due parti: da un lato il bene, i puri appunto, dall'altro il male, gli impuri. 
Ed essendo il Papato, e la Chiesa Romana in genere, trasformati in strutture politiche a tutti gli effetti circondati da sfarzi e ricchezze d'ogni sorta, i Catari vedevano nel Papa e nella Chiesa la stessa incarnazione del male

Il successo della propaganda catara in Occitania, tra la fine del 1100 e l'inizio del 1200, fu a dir poco clamoroso. 
Furono soprattutto i ceti sociali più bassi a sposare la dottrina catara, convinti che un loro successo avrebbe portato un livellamento nella distribuzione delle ricchezze. 

Fino al 1179, data in cui Papa Alessandro III convocò il Terzo Concilio Lateranense, l'eresia catara fu sostanzialmente tollerata. 
Ma il Concilio, fortemente preoccupato del numero sempre crescente di adepti che i catari riuscivano ad attirare, finì per condannare in toto il catarismo. 
Ma la vera svolta si ebbe nel 1198, quando fu eletto Papa Innocenzo III, il quale - oltre ad essere un convinto sostenitore della Teocrazia, scatenò un'ondata di vere e proprie crociate contro gli eretici in generale, e contro i catari in particolare. 

In pochi anni, in Occitania, l'esercito papale compì dei massacri senza precedenti. Solo nella cittadina di Bezières, nel 1219, furono uccise oltre 20mila persone. 
Ovvio che dopo simili ondate di violenza, non solo il movimento cataro fu completamente annientato, ma l'intera regione dell'Occitania ne uscì totalmente devastata. 

Ma la domanda, diceva qualcuno, sorge ovviamente spontanea. 
Che cavolo c'entra tutto questo con la letteratura italiana?
C'entra, e di brutto. 
Infatti, nello stesso periodo in cui si sviluppa e si ingrossa il movimento cataro, sempre nella Francia del Sud, in Occitania, assistiamo a una prodigiosa fioritura artistica e letteraria. 
Nascono come funghi i poeti trovatori, quei fantastici scrittori che cantavano l'amor cortese, che nei loro versi celebravano parlavano d'amore come una missione esistenziale, un atto di fede eterna nei confronti della donna amata. Ovviamente in lingua occitana.

Una coincidenza? 
Solo in parte, perché fondamentalmente le coincidenze non esistono, e se esistono non riguardano certo la storia della letteratura. 
Uno dei più grandi poeti trovatori fu Pierre Vidal (1180-1205), che ci racconta proprio come le più belle dame aristocratiche cantate dalla poesia cortese fossero particolarmente interessate all'eresia catara. Non solo. Nella poesia Mos cors s'alegr'e s'ejau ci descrive il ridente borgo occitano di Fanjeaux come un paradiso cortese. E quello stesso borgo era uno dei principali epicentri del movimento dei catari. 
Ovviamente queste non sono propriamente prove che ci dimostrano una connessione tra la poesia dei trovatori e i catari. Anche perché la poesia dell'amor cortese, così ricca di licenze e di allusioni sessuali, si sposava male con la rigida ideologia dei catari. 
Ma si tratta comunque di indizi che ci portano a una conclusione difficilmente contestabile: nella Provenza del tempo c'erano le condizioni sociali ideali per una consistente libertà di pensiero. Libertà di pensiero religioso, che consentiva ai catari di scagliarsi contro il papato, e libertà di pensiero letterario, che permetteva ai poeti di gettarsi in trame particolarmente licenziose. 
E non solo poesia trobadorica e religione catara. Nei principali feudi della Provenza dell'epoca gli ebrei insegnavano liberamente nelle università, i musulmani vivevano pacificamente mescolati al resto della popolazione, le donne erano libere di partecipare a discussioni politiche e di scegliere il proprio compagno di vita. 
Una società quindi, quella occitana, completamente libera e tollerante sotto ogni punto di vista.

Le crociate contro i catari promosse e benedette da Papa Innocenzo III, cambiarono completamente le cose. Non segnarono soltanto la fine del catarismo, ma anche del clima di libera circolazione delle idee di cui la Provenza aveva goduto sino a quel momento. 
Sorge quindi a questo punto un sospetto più che legittimo, vale a dire che i catari furono semplicemente un pretesto, un facile capro espiatorio per un'operazione ben più vasta, che mirava a stroncare e a reprimere l'intera società provenzale
La Chiesa di Roma infatti, non solo distrusse il movimento cataro, ma alleata con il Regno di Francia, sottomise e conquistò tutta la regione della Provenza, che perse per sempre la propria indipendenza diventando a tutti gli effetti territorio francese. 

Fu la fine delle libertà e fu la fine anche della stessa lingua occitana, la cosiddetta langue d'oc, soppiantata forzatamente dalla langue d'oil, vale a dire l'antenata dell'attuale francese.
E finì anche, inevitabilmente, il periodo d'oro della poesia dei trovatori. 
Molti di loro, durante il periodo delle stragi e dei massacri orditi da Innocenzo III e dal Re di Francia, alzarono la propria voce in difesa dei catari. Non perché fossero catari a loro volta, ma proprio perché nella guerra contro i catari vedevano una più generale guerra contro la libertà di pensiero e contro l'indipendenza politica dell'Occitania. 
Servì a poco. Al termine della guerra la fertile e libera Provenza era solo terra bruciata. 

Ora però, la domanda resta sempre la stessa: cosa cavolo c'entra tutto questo con la Letteratura Italiana? 
Ripetiamo che c'entra, eccome se c'entra. 
Le guerre in Provenza durarono circa un quindicennio, concludendosi attorno al 1220 con l'annessione della regione al Regno di Francia. 
I primi documenti letterari in volgare italiano li troviamo proprio a partire da questi anni, 1215-1220 o giù di lì. In parole povere la nascita della Letteratura Italiana va a coincidere con il declino di quella provenzale. 
Coincidenza? No, perché come abbiamo già detto le coincidenze non esistono

Facciamo un passo indietro e torniamo nella Provenza libera e felice, prima delle crociate di Innocenzo III. 
I poeti trovatori, così come le dame cantate nei loro versi, appartenevano tutti, o quasi tutti, all'aristocrazia. Eppure, le loro liriche più famose, erano celebri pure presso il popolo, che mandava spesso e volentieri a memoria i versi più celebri. 
Come cavolo è possibile tutto questo?
Bene la società libera e tollerante, ma pure in Provenza, a quell'altezza cronologica, il popolo era comunque completamente analfabeta
Il mistero si spiega molto facilmente se pensiamo che nella Provenza del tempo, in quel generale clima di libertà e tolleranza, non c'erano soltanto poeti, dame e liberi pensatori, ma anche giullari
Anzi, soprattutto i giullari. Le miniature provenzali dell'epoca raffiguranti scene di vita quotidiana, contengono sempre la figura di uno o più giullari. Una stima effettuata da uno dei più grandi medievalisti di sempre, lo storico francese Faral, conta che in Provenza, all'epoca, ci fossero qualcosa come circa cinquemila giullari

Ma chi erano realmente i giullari? Cosa facevano?
Oggi come oggi noi al termine "giullare" associamo immagini completamente fuorvianti e non rispondenti al vero. Ci viene subito in mente il jolly delle carte col cappello a sonagli, pensiamo al buffone di corte, al comico di professione. 
Di certo i giullari furono anche quello, ma in epoca molto più tarda e in forme del tutto minime e marginali. 
I giullari originariamente erano tutt'altro: erano artisti solitari e completi, poliedrici ed eclettici in grado di poter fare qualsiasi cosa
Nei loro spettacoli, che si svolgevano prevalentemente nelle piazze e nelle osterie, non solo recitavano monologhi, sia seri sia comici, ma suonavano, ballavano, cantavano, eseguivano numeri di giocoleria e acrobazie. Erano, in sostanza, dei veri e propri spettacoli ambulanti viventi, riassumendo nella loro unica persona qualsiasi tipo di competenza artistica. 
Con il crollo dell'Impero Romano e con l'inizio dell'età medievale, il teatro era stato di fatto bandito dal cristianesimo, che vedeva nel teatro e nell'esibizione pubblica del corpo una pratica demoniaca e peccaminosa. 
In tutta Europa così, nel medioevo non esistevano più né teatri (cioè luoghi fisici destinati allo spettacolo) né spettacoli. I giullari erano quindi quelle figure, nella sostanza fuorilegge, che per tutti i secoli del medioevo avevano assicurato la sopravvivenza del concetto di spettacolo. 

Ma i giullari facevano anche altro, svolgevano anche altri compiti. 
Esibendosi principalmente nelle piazze, e facendo di fatto un lavoro irregolare, erano per forze di cose in continuo movimento
Erano, in sostanza, tra le poche figure mobili in una società immobile come quella medievale. 
Per questo motivo svolgevano anche una fondamentale funzione sociale: erano il giornale parlato del popolo. Informavano cioè il popolo sui principali avvenimenti, su ciò che stava accadendo nel borgo vicino, se per esempio era scoppiata una guerra o un'epidemia. 
Non solo. Nel loro repertorio c'era anche la declamazione delle poesie dei poeti trovatori. 
Anzi, a voler essere ancora più precisi, queste poesie i giullari non si limitavano a declamarle: le suonavano e le cantavano, dal momento che la lirica dei trovatori non era soltanto scritta, ma prevedeva sempre un accompagnamento musicale. 
In sostanza i giullari fungevano quindi pure da juke box. Cantavano i pezzi più in voga che poi il popolo memorizzava e cantava a sua volta, contribuendo in maniera decisiva alla diffusione della poesia presso tutti gli strati della società. 

Con lo scatenarsi della guerra in Provenza, i giullari non solo non trovarono più in quella regione le condizioni minime necessarie per svolgere la propria attività, ma finirono a loro volta nel mirino della repressione. 
In molti, moltissimi, si trovarono così costretti a scappare e ad abbandonare forzatamente la Provenza. 
Dove andarono? 
Ovvio che dalla Francia del Sud il luogo più raggiungibile fosse proprio l'Italia. 
Nei primi decenni del 1200 un'autentica massa di giullari provenzali si riversò così nella nostra penisola, dando il via ad una diffusione capillare e senza precedenti della poesia dei trovatori in Italia. 
E creando, di conseguenza, i presupposti per la nascita della Letteratura Italiana. 

A darci la prova della funzione decisiva dei giullari nelle origini della nostra Letteratura, oltre alle numerose fonti documentarie, è proprio l'analisi attenta dei primi testi letterari in volgare italiano, come vedremo - e dimostreremo - nei capitoli successivi.


Giovedì prossimo non perdere:
SECONDO CAPITOLO, Rosa Fresca Aulentissima
Dove si parlerà della diffusione geografica dei giullari in Italia e dove si dimostrerà come una delle poesie più antiche della storia letteraria italiana sia inequivocabilmente opera di un giullare. 

VUOI APPROFONDIRE QUANTO HAI APPENA LETTO?
Ecco alcuni consigli: 
per la storia dei Catari, le massime autorità in materia sono, ovviamente, storici francesi; se conosci bene la lingua, ti consigliamo di cercare in biblioteca i testi di Anne Brenon e Jean Duvernoy; per i testi in italiano ti consigliamo un libro fresco di stampa, dello storico Marco Mason, La crociata contro gli albigesi tra storia, epica e lirica trobadorica, edizioni Il Cerchio;
per una panoramica sulle eresie medievali e sulle azioni di Innocenzo III puoi leggere il libro di Marcello Craveri, L'eresia, edito da Sansoni, e l'opera monumentale di Tuberville Eresie e inquisizione nel medioevo, volume V dell'enciclopedia Storia del mondo medievale
per i giullari, restano insuperabili le opere in materia scritte da Faral, anche se non hanno traduzione italiana; in italiano ti consigliamo il saggio di Luigi Allegri Teatro e spettacolo nel medioevo, edito da Laterza.