giovedì 2 ottobre 2014

COME FU CHE I GIULLARI INVENTARONO LA LETTERATURA ITALIANA (Lezioni Minime, Dalle origini al trecento, primo capitolo)

Lezioni Minime - Storia della letteratura italiana

DALLE ORIGINI AL TRECENTO

Primo Capitolo
COME FU CHE I GIULLARI INVENTARONO LA LETTERATURA ITALIANA

Com'è che nel 1200 o giù di lì nacque quella cosa che poi si sarebbe chiamata - e si continua a chiamare, Letteratura Italiana?


Lasciamo stare tutte quelle robe filologiche sull'evoluzione della lingua, del passaggio dal latino alle lingue romanze e via discorrendo, che la nascita della Letteratura Italiana mica c'entrano poi tanto. 
Questo perché quando nasce la letteratura, l'evoluzione linguistica dal latino alle lingue romanze s'era già bella e compiuta da un pezzo, da secoli e secoli, e tutti (ma proprio tutti) parlavano in volgare. 
A saper leggere e scrivere però erano davvero in pochi, pochissimi. Uomini di legge, di chiesa e altri gruppuscoli d'intellettuali. Nessun altro. 
Manco per fare il Re o l'Imperatore era così importante saper leggere e scrivere. Lo stesso Carlo Magno pare fosse completamente analfabeta. 
In ogni caso, chi leggeva e scriveva lo faceva in latino, non in volgare. Al massimo in volgare si redigevano alcuni documenti di tribunale, tipo che so, la sentenza di una disputa tra due contadini per questioni di terreni confinanti, di modo che leggendola ad alta voce i popolani potessero comprenderne l'esito. 
Ma documenti LETTERARI - poesie, poemi, novelle, testi filosofici - no, per quelli c'era il latino. 

Allora com'è che andarono le cose? 
Se non c'entra l'evoluzione della lingua, perché di botto nel 1200 ci si mette a produrre letteratura in volgare? 
Sono due le parole chiave: RELIGIONE e GIULLARI

Prima di tutto la Letteratura Italiana non sarebbe mai nata (di sicuro non sarebbe nata nel 1200) se qualche tempo prima non fosse andata in scena la più grande guerra di repressione religiosa del medioevo. 
Erano i tempi della caccia alle eresie
"Eretico" - ed è bene ricordarlo - originariamente significa "deviante rispetto alla tradizione canonica religiosa". 
Quindi, nel medioevo, i gruppi "eretici" sono tutti quei gruppi cristiani che propongono una interpretazione delle Sacre Scritture e della vita religiosa differente rispetto a quella del Papato, della Chiesa "ufficiale". 
Il perché nel tardo medioevo spuntino come funghi in tutta Europa movimenti ereticali è presto detto: nel corso dei secoli si era compiuto il passaggio della figura del Papa e dei vertici della Chiesa da autorità esclusivamente religiose a entità anche, e soprattutto, politiche. 
Episodi come la lotta per le investiture, i continui conflitti armati con l'Impero per il potere universale e la cosiddetta ideologia teocratica (l'idea cioè di un potere assoluto, politico e religioso, riassunto nella sola figura del Papa), non fanno che dare della Chiesa Romana (che non si chiama ancora Cattolica, nome che prenderà solo dopo il Concilio di Trento, tra il 1545 e il 1563) un aspetto sempre più simile a una gerarchia politica e, di conseguenza, ad allontanarla dal popolo.

Ai tempi, il gruppo eretico più numeroso e organizzato d'Europa era quello dei catari, nome che deriva dal greco (katharos) e significa "puro". 
Essi nacquero e si diffusero soprattutto in Occitania (Francia del sud, attuale Provenza), e per questo sono tuttora noti anche con il nome di albigesi (dalla città Francese di Albi). 
Ma che tipo di dottrina proponevano? Che tipo di lettura delle Sacre Scritture?
E perché si definivano "puri"? Puri rispetto a chi e a che cosa? 
Questo gruppo, basandosi esclusivamente sul Nuovo Testamento (Vangelo e Apocalisse) e interpretando alla lettera alcuni passi del Vangelo, rifiutavano completamente ogni bene materiale e ogni espressione della carne.  Per questo erano anche a favore di una totale abolizione della proprietà privata.
Da questo principio di massima derivò una divisione dualistica del mondo intero, cioè l'idea di un universo diviso nettamente in due parti: da un lato il bene, i puri appunto, dall'altro il male, gli impuri. 
Ed essendo il Papato, e la Chiesa Romana in genere, trasformati in strutture politiche a tutti gli effetti circondati da sfarzi e ricchezze d'ogni sorta, i Catari vedevano nel Papa e nella Chiesa la stessa incarnazione del male

Il successo della propaganda catara in Occitania, tra la fine del 1100 e l'inizio del 1200, fu a dir poco clamoroso. 
Furono soprattutto i ceti sociali più bassi a sposare la dottrina catara, convinti che un loro successo avrebbe portato un livellamento nella distribuzione delle ricchezze. 

Fino al 1179, data in cui Papa Alessandro III convocò il Terzo Concilio Lateranense, l'eresia catara fu sostanzialmente tollerata. 
Ma il Concilio, fortemente preoccupato del numero sempre crescente di adepti che i catari riuscivano ad attirare, finì per condannare in toto il catarismo. 
Ma la vera svolta si ebbe nel 1198, quando fu eletto Papa Innocenzo III, il quale - oltre ad essere un convinto sostenitore della Teocrazia, scatenò un'ondata di vere e proprie crociate contro gli eretici in generale, e contro i catari in particolare. 

In pochi anni, in Occitania, l'esercito papale compì dei massacri senza precedenti. Solo nella cittadina di Bezières, nel 1219, furono uccise oltre 20mila persone. 
Ovvio che dopo simili ondate di violenza, non solo il movimento cataro fu completamente annientato, ma l'intera regione dell'Occitania ne uscì totalmente devastata. 

Ma la domanda, diceva qualcuno, sorge ovviamente spontanea. 
Che cavolo c'entra tutto questo con la letteratura italiana?
C'entra, e di brutto. 
Infatti, nello stesso periodo in cui si sviluppa e si ingrossa il movimento cataro, sempre nella Francia del Sud, in Occitania, assistiamo a una prodigiosa fioritura artistica e letteraria. 
Nascono come funghi i poeti trovatori, quei fantastici scrittori che cantavano l'amor cortese, che nei loro versi celebravano parlavano d'amore come una missione esistenziale, un atto di fede eterna nei confronti della donna amata. Ovviamente in lingua occitana.

Una coincidenza? 
Solo in parte, perché fondamentalmente le coincidenze non esistono, e se esistono non riguardano certo la storia della letteratura. 
Uno dei più grandi poeti trovatori fu Pierre Vidal (1180-1205), che ci racconta proprio come le più belle dame aristocratiche cantate dalla poesia cortese fossero particolarmente interessate all'eresia catara. Non solo. Nella poesia Mos cors s'alegr'e s'ejau ci descrive il ridente borgo occitano di Fanjeaux come un paradiso cortese. E quello stesso borgo era uno dei principali epicentri del movimento dei catari. 
Ovviamente queste non sono propriamente prove che ci dimostrano una connessione tra la poesia dei trovatori e i catari. Anche perché la poesia dell'amor cortese, così ricca di licenze e di allusioni sessuali, si sposava male con la rigida ideologia dei catari. 
Ma si tratta comunque di indizi che ci portano a una conclusione difficilmente contestabile: nella Provenza del tempo c'erano le condizioni sociali ideali per una consistente libertà di pensiero. Libertà di pensiero religioso, che consentiva ai catari di scagliarsi contro il papato, e libertà di pensiero letterario, che permetteva ai poeti di gettarsi in trame particolarmente licenziose. 
E non solo poesia trobadorica e religione catara. Nei principali feudi della Provenza dell'epoca gli ebrei insegnavano liberamente nelle università, i musulmani vivevano pacificamente mescolati al resto della popolazione, le donne erano libere di partecipare a discussioni politiche e di scegliere il proprio compagno di vita. 
Una società quindi, quella occitana, completamente libera e tollerante sotto ogni punto di vista.

Le crociate contro i catari promosse e benedette da Papa Innocenzo III, cambiarono completamente le cose. Non segnarono soltanto la fine del catarismo, ma anche del clima di libera circolazione delle idee di cui la Provenza aveva goduto sino a quel momento. 
Sorge quindi a questo punto un sospetto più che legittimo, vale a dire che i catari furono semplicemente un pretesto, un facile capro espiatorio per un'operazione ben più vasta, che mirava a stroncare e a reprimere l'intera società provenzale
La Chiesa di Roma infatti, non solo distrusse il movimento cataro, ma alleata con il Regno di Francia, sottomise e conquistò tutta la regione della Provenza, che perse per sempre la propria indipendenza diventando a tutti gli effetti territorio francese. 

Fu la fine delle libertà e fu la fine anche della stessa lingua occitana, la cosiddetta langue d'oc, soppiantata forzatamente dalla langue d'oil, vale a dire l'antenata dell'attuale francese.
E finì anche, inevitabilmente, il periodo d'oro della poesia dei trovatori. 
Molti di loro, durante il periodo delle stragi e dei massacri orditi da Innocenzo III e dal Re di Francia, alzarono la propria voce in difesa dei catari. Non perché fossero catari a loro volta, ma proprio perché nella guerra contro i catari vedevano una più generale guerra contro la libertà di pensiero e contro l'indipendenza politica dell'Occitania. 
Servì a poco. Al termine della guerra la fertile e libera Provenza era solo terra bruciata. 

Ora però, la domanda resta sempre la stessa: cosa cavolo c'entra tutto questo con la Letteratura Italiana? 
Ripetiamo che c'entra, eccome se c'entra. 
Le guerre in Provenza durarono circa un quindicennio, concludendosi attorno al 1220 con l'annessione della regione al Regno di Francia. 
I primi documenti letterari in volgare italiano li troviamo proprio a partire da questi anni, 1215-1220 o giù di lì. In parole povere la nascita della Letteratura Italiana va a coincidere con il declino di quella provenzale. 
Coincidenza? No, perché come abbiamo già detto le coincidenze non esistono

Facciamo un passo indietro e torniamo nella Provenza libera e felice, prima delle crociate di Innocenzo III. 
I poeti trovatori, così come le dame cantate nei loro versi, appartenevano tutti, o quasi tutti, all'aristocrazia. Eppure, le loro liriche più famose, erano celebri pure presso il popolo, che mandava spesso e volentieri a memoria i versi più celebri. 
Come cavolo è possibile tutto questo?
Bene la società libera e tollerante, ma pure in Provenza, a quell'altezza cronologica, il popolo era comunque completamente analfabeta
Il mistero si spiega molto facilmente se pensiamo che nella Provenza del tempo, in quel generale clima di libertà e tolleranza, non c'erano soltanto poeti, dame e liberi pensatori, ma anche giullari
Anzi, soprattutto i giullari. Le miniature provenzali dell'epoca raffiguranti scene di vita quotidiana, contengono sempre la figura di uno o più giullari. Una stima effettuata da uno dei più grandi medievalisti di sempre, lo storico francese Faral, conta che in Provenza, all'epoca, ci fossero qualcosa come circa cinquemila giullari

Ma chi erano realmente i giullari? Cosa facevano?
Oggi come oggi noi al termine "giullare" associamo immagini completamente fuorvianti e non rispondenti al vero. Ci viene subito in mente il jolly delle carte col cappello a sonagli, pensiamo al buffone di corte, al comico di professione. 
Di certo i giullari furono anche quello, ma in epoca molto più tarda e in forme del tutto minime e marginali. 
I giullari originariamente erano tutt'altro: erano artisti solitari e completi, poliedrici ed eclettici in grado di poter fare qualsiasi cosa
Nei loro spettacoli, che si svolgevano prevalentemente nelle piazze e nelle osterie, non solo recitavano monologhi, sia seri sia comici, ma suonavano, ballavano, cantavano, eseguivano numeri di giocoleria e acrobazie. Erano, in sostanza, dei veri e propri spettacoli ambulanti viventi, riassumendo nella loro unica persona qualsiasi tipo di competenza artistica. 
Con il crollo dell'Impero Romano e con l'inizio dell'età medievale, il teatro era stato di fatto bandito dal cristianesimo, che vedeva nel teatro e nell'esibizione pubblica del corpo una pratica demoniaca e peccaminosa. 
In tutta Europa così, nel medioevo non esistevano più né teatri (cioè luoghi fisici destinati allo spettacolo) né spettacoli. I giullari erano quindi quelle figure, nella sostanza fuorilegge, che per tutti i secoli del medioevo avevano assicurato la sopravvivenza del concetto di spettacolo. 

Ma i giullari facevano anche altro, svolgevano anche altri compiti. 
Esibendosi principalmente nelle piazze, e facendo di fatto un lavoro irregolare, erano per forze di cose in continuo movimento
Erano, in sostanza, tra le poche figure mobili in una società immobile come quella medievale. 
Per questo motivo svolgevano anche una fondamentale funzione sociale: erano il giornale parlato del popolo. Informavano cioè il popolo sui principali avvenimenti, su ciò che stava accadendo nel borgo vicino, se per esempio era scoppiata una guerra o un'epidemia. 
Non solo. Nel loro repertorio c'era anche la declamazione delle poesie dei poeti trovatori. 
Anzi, a voler essere ancora più precisi, queste poesie i giullari non si limitavano a declamarle: le suonavano e le cantavano, dal momento che la lirica dei trovatori non era soltanto scritta, ma prevedeva sempre un accompagnamento musicale. 
In sostanza i giullari fungevano quindi pure da juke box. Cantavano i pezzi più in voga che poi il popolo memorizzava e cantava a sua volta, contribuendo in maniera decisiva alla diffusione della poesia presso tutti gli strati della società. 

Con lo scatenarsi della guerra in Provenza, i giullari non solo non trovarono più in quella regione le condizioni minime necessarie per svolgere la propria attività, ma finirono a loro volta nel mirino della repressione. 
In molti, moltissimi, si trovarono così costretti a scappare e ad abbandonare forzatamente la Provenza. 
Dove andarono? 
Ovvio che dalla Francia del Sud il luogo più raggiungibile fosse proprio l'Italia. 
Nei primi decenni del 1200 un'autentica massa di giullari provenzali si riversò così nella nostra penisola, dando il via ad una diffusione capillare e senza precedenti della poesia dei trovatori in Italia. 
E creando, di conseguenza, i presupposti per la nascita della Letteratura Italiana. 

A darci la prova della funzione decisiva dei giullari nelle origini della nostra Letteratura, oltre alle numerose fonti documentarie, è proprio l'analisi attenta dei primi testi letterari in volgare italiano, come vedremo - e dimostreremo - nei capitoli successivi.


Giovedì prossimo non perdere:
SECONDO CAPITOLO, Rosa Fresca Aulentissima
Dove si parlerà della diffusione geografica dei giullari in Italia e dove si dimostrerà come una delle poesie più antiche della storia letteraria italiana sia inequivocabilmente opera di un giullare. 

VUOI APPROFONDIRE QUANTO HAI APPENA LETTO?
Ecco alcuni consigli: 
per la storia dei Catari, le massime autorità in materia sono, ovviamente, storici francesi; se conosci bene la lingua, ti consigliamo di cercare in biblioteca i testi di Anne Brenon e Jean Duvernoy; per i testi in italiano ti consigliamo un libro fresco di stampa, dello storico Marco Mason, La crociata contro gli albigesi tra storia, epica e lirica trobadorica, edizioni Il Cerchio;
per una panoramica sulle eresie medievali e sulle azioni di Innocenzo III puoi leggere il libro di Marcello Craveri, L'eresia, edito da Sansoni, e l'opera monumentale di Tuberville Eresie e inquisizione nel medioevo, volume V dell'enciclopedia Storia del mondo medievale
per i giullari, restano insuperabili le opere in materia scritte da Faral, anche se non hanno traduzione italiana; in italiano ti consigliamo il saggio di Luigi Allegri Teatro e spettacolo nel medioevo, edito da Laterza. 

mercoledì 1 ottobre 2014

NADIA E LE ALTRE DUE (racconto di settembre)

Racconto del mese

NADIA E LE ALTRE DUE (la notte brava ma mica tanto)

(racconto di settembre)

 
Ponte Rabbione novembre e sabato sera e non c’è niente da fare e che cazzo vuoi fare a Ponte Rabbione, autunno inoltrato e inverno lontano, solo due bar aperti e pure deserti.
Luca non c’è, ha una tipa per le mani e l’ha portata al cinema per buttarla sull’intellettuale. Fabio ha la febbre, Cristiano domani va in trasferta, s’alza all’alba e pure lui non esce. Desaparecidos tutti gli altri, fidanzati, sposati, infortunati.
Manco le amiche zitelle ci sono stasera: Mara, Caterina e le altre tutte al ristorante per una cena femminista. Questa almeno la versione ufficiale. Chiaro che nell’aria c’è qualcosa tipo festa da rimorchio, sicuro per una e agognato per le altre, così vogliono sentirsi libere di sputaneggiare in santa pace senza amici maschi tra le palle a inibirle.
Così rimaniamo in tre, io Marco e Matteo, anzi iomarcoematteo, tutt’attaccato, perché così come stiamo, abbandonati dalla sorte in uno dei bar del paese e circondati dalla più tetra umanità possibile, ci appiccichiamo l’uno agli altri come all’ultima ancora prima del naufragio. Iomarcoematteo, un’unica figura informe svilita e avvelenata e furibonda, che se ci saltasse di botto, non dico tanto, ma appena appena il boccino del cervello, come minimo prenderemmo una rivoltella e ce ne andremmo a pistolettare a casaccio gli automobilisti sfreccianti lungo la statale.
Alle ventitre e quindici iomarcoematteo andiamo per la terza bevuta. Rum per me, sambuca per loro.
“Vita di merda”, dice Marco sbattendo il suo bicchiere contro i nostri.
“Vita di merda”, risponde Matteo.
Vita di merda penso io, ma non lo dico, e col rum che m’incendia lo stomaco scruto i desperados che barboneggiano al bar e ci circondano e ci deprimono. C’è l’ex professore di filosofia, impazzito da quando la moglie l’ha lasciato, che tracanna birre e sbava schiuma e sputacchiando a raggiera farfuglia da solo ricordando i tempi eroici delle contestazioni sessantottine. C’è l’elettricista alcolizzato che si spacca di Martini prima di andare a mignotte, tre obesi sudati che giocano a biliardo e una tizia devastata coi capelli unti che flirta con un pischelluccio vagamente tossico e sospetto microspacciatore di fumo, coca e crack. Chiudono il quadro vari sfigati locali che discutono di Moto GP e Champions League. E pensare che l’anno scorso, appena lasciata Benedetta e la casa dove eravamo andati a vivere promettendoci amore eterno, avevo smania di tutto questo, di sabati sera a scazzo e senza direzione, io, un paio d’amici zingareschi, sbronza d’ordinanza e stronzate a go-go. E invece adesso sta maledetta e rimpianta desolazione di paese mi devasta d’angoscia e mi chiedo che ci faccio io qui, trent’anni e Ponte Rabbione a novembre di sabato sera che non c’è un cazzo da fare?
“Vita di merda”, mi tocca concludere alla fine, a voce alta.
Proprio una bella vita di merda, un lavoro che faccio solo per inerzia, nessun editore interessato ai miei romanzi e regolari fughe dalla città ogni fine settimana per raggiungere sto buco di mondo che è Ponte Rabbione. Ma per cosa e in cerca di cosa? Bel cambio del cazzo, l’anno scorso avevo una casa pulita, una donna, mobili nuovi e quasi ogni notte otto ore di sonno. Adesso mi ritrovo un monolocale che puzza di sigaretta anche nelle maniglie delle porte, una cucina invasa dai resti di polli da rosticceria e la caldaia che perde. E nemmeno l’ipotesi di un vago futuro.
“Vita di merda”, ripeto ancora col bicchiere ormai vuoto mentre Marco di sua iniziativa ordina al bancone il quarto giro.
Ma a forza di mescolare rum e pensieri di questo tipo va a finire che entro mezzora siamo tutti a letto ubriachi e depressi. Occorre reagire. Prima di tutto basta coi pensieri sul futuro e coi pensieri sul passato: sti cazzi la casa pulita e i mobili nuovi, con Benedetta era un inferno, s’incazzava ogni tre per due e otto ore filate le dormivo per ridurre il tempo utile alle sue sfuriate. Quindi meglio così, decadente e sconclusionato.
“Andiamo da qualche parte!”, dico con una convinzione che scuote gli altri dai loro rispettivi solipsismi.
“E dove?”, chiede Matteo con aria smarrita.
“Al Fox?”, butto là.
“Ma è lontano…”, dice Marco. Poi rilancia: “Al Kantiere?”
“E’ un casino per parcheggiare.”
“E se andassimo al Buco?”
“Ma sono tutti pischelli!”
“Allo Zero Dodici?”
“No, ci lavora la mia ex e se mi vede mi avvelena i cockatil.”
“Al Braque?”
“Mi sta sul cazzo, troppi fighetti.”
Andiamo avanti così per un bel po’ senza trovare una soluzione, ma ostinati e fiduciosi che prima o dopo da questo vaglio scientifico di locali salti fuori la via d’uscita.
Alla sessantesima proposta bocciata e con la mezzanotte che incombe, al bar arrivano d’improvviso le strappone. Le annuncia il più tipico cicaleccio femmineo seguito dalla scia ubriacante di un altrettanto tipico profumo di donna da sabato sera. C’è poco da fare, cambiano le marche, i gusti, le essenze, ma i sapori dei profumi che le donne si mettono il sabato sera hanno un qualcosa di identico e inconfondibile, un retrogusto, un comune denominatore sicuramente studiato in laboratorio e capace in meno di dieci secondi di scatenare la furia ormonale di qualsiasi maschio del globo.
In trucco e tenuta da rimorchio a tutti i costi, le strappone sono quattro, capitanate da Chiara, indiscussa regina dello strappo e protagonista di almeno centotrenta tra le mie fantasie erotiche più perverse, ventottenne morbida e imponente, culo da sposa e fianco largo, quarta di seno straripante, forse pure una quinta, e due occhi neri neri che anche quando dice ciao spargono doppi sensi e ammiccamenti sessuali d’ogni ordine e grado. Quando la vedo entrare in minigonna nera di pelle stretta che più stretta non si può, calze color carne, stivali da cow-girl e una maglia vertiginosamente scollata da cui traboccano tette a non finire, mi si piantano all’istante in testa altre sedici fantasie erotiche, tutte nuove e inedite.
Anche le altre tre fanno, è proprio il caso di dirlo, la loro porca figura. In ordine di apparizione sono:
Gessica, scritto proprio così, perché a Ponte Rabbione la lettera J è arrivata soltanto nei primi anni novanta, e tra i nati nel ventennio precedente si conta una quantità imprecisata di Gionni, Genni e Gionatan. Gessica è piccolina e cicciotella ma sa come tenersi, anche lei ha due tette spaventose che offre al pubblico con scolli da campionato del mondo e le sue labbra sono tra le più carnose del centro Italia. E di sabato sera, con in corpo quantità industriali di alcol, queste qualità sono più che sufficienti.
Sonia, classico occhio azzurro su ancor più classico capello biondo, magra e slanciata, zero tette ma cosce stratosferiche e culo presumibilmente di marmo. Tutta un risolino Sonia, cervello in esilio permanente e movenze da valletta di seconda serata. Anche queste, soprattutto queste, qualità capaci di scatenare tempeste e guerre interstellari di feromoni maschili.
Nome ignoto, brunetta coi capelli a caschetto tipo Valentina di Crepax, non la conosco e sicuramente non è di Ponte Rabbione. Maglioncino a collo alto attillato e jeans stretti, sicuramente la meno strappona di tutte, ma in quanto sconosciuta ed elemento esotico gli sguardi più curiosi e interessati sono tutti per lei.
Nel frattempo il mondo si è fermato. Urli, chiacchiere, chiacchiericcio e bestemmie si sono dissolti nel nulla e occhi e pensieri convergono tutti sulle quattro strappone che ordinano da bere. Vengono da noi, ma niente di clamoroso: iomarcoematteo siamo semplicemente gli unici esseri umani presentabili del bar.
Chiara per salutarmi mi abbraccia e le sue tette inconcepibili mi si schiacciano addosso. Le sento dappertutto e le mie fantasie erotiche superano di colpo le duecento unità. Come da copione le strappone scherzano, ridono, ci provocano con disinvoltura.
Le seguiamo fuori dal bar. Disinibito dall’ennesimo rum non mi stacco da Chiara, le cingo la vita col braccio, scrocco palpatine, guadagno con le dita frammenti di fianchi e centimetri di culo. Al quinto abbraccio abbandono ogni remora e lascio scivolare le mani su quelle chiappe immense. Lei se ne accorge, ovviamente ride e sorride, e rilancia infilando la coscia velata di calze color carne tra le mie gambe. Ho ufficialmente un’erezione, potente e spaventosa. Per fortuna a Chiara arriva un sms e si stacca da me per leggerlo, dandomi modo di riprendermi.
Le altre chiedono che programmi abbiamo per la serata. Iomarcoematteo rispondiamo vaghi ed enigmatici. Le strappone andranno a una festa in un casolare in campagna, a detta loro delirio e divertimento assicurati. Venite anche voi, dicono. Noi rispondiamo un perché no di circostanza e per nulla convinto. Ci spiegano comunque la strada per raggiungere il casolare, poi Chiara suona la carica per la partenza. Insistono senza drammi particolari ancora un paio di volte per convincerci ad andare, salutano, nuova letale pressione di tette e spariscono nella notte gridando semmai ci becchiamo là.
Rimasti di nuovo soli, iomarcoematteo non abbiamo nemmeno bisogno di consultarci. Sappiamo benissimo che non andremo mai a quella festa. Non per inerzia, assenza di iniziativa o chissà cosa, ma perché non avrebbe senso. Conosciamo alla perfezione la psicologia della strappona tipo. Prima di tutto sappiamo che quell’accondiscendere bonario al nostro strusciarsi truffaldino non equivale per forza a un ci sto e te la do, nemmeno se seguito dall’invito a una festa. Non perché le strappone vogliano solo provocare o strusciarsi, tutt’altro: è anzi pressoché l’unica categoria femminile che senza problemi o pippe mentali arriva fino in fondo la sera stessa che ti ha conosciuto. Proprio per questo motivo, perché non vogliono troppi discorsi, perché si stancano nel girare troppo intorno alle cose e ad aspettare tempi eccessivi, è praticamente impossibile che nel contesto di una festa le strappone possano darla a gente come noi, che siamo di atmosfera più che d’assalto, di parola più che d’azione. La strappona tipo seleziona situazioni e circostanze, e non sceglie l’uomo migliore, ma il più adatto a quel particolare momento. L’ho provato io stesso sulla mia pelle l’estate scorsa, quando rimorchiai senza troppi problemi una strappona da urlo che pareva uscita da un film di Verdone, amica di Chiara tra l’altro, bionda ossigenata, stivali bianchi e minigonna ascellare. Ma quella sera eravamo in riva al lago a schitarrare Battisti e altri pezzi nostalgici, praticamente il mio habitat naturale.
Ad ogni modo iomarcoematteo a mezzanotte e mezzo ci ritroviamo ancora soli senza un cazzo da fare, per di più irrimediabilmente arrapati dalla fugace apparizione delle strappone.
“Andiamo alle Quattro Buche?”, dice Marco sospirando e scuotendo la testa.
È il segno della resa. Le Quattro Buche è un localaccio sulla statale a quindici chilometri da Ponte Rabbione dove fanno il tagliere di affettati, torta al testo e crostini misti migliore del mondo. Di solito ci rifugiamo lì a strafogarci di salumi innaffiati col vino rosso più forte del circondario per dimenticare crisi esistenziali, depressioni e soprattutto frustrazioni sessuali.
Sia io che Matteo, sconfitti, accettiamo la proposta di Marco, e tutti e tre ci incamminiamo mogi e a testa bassa in macchina. Guida Matteo e nessuno parla. Tuttavia siamo tre molle in tensione, ubriachi e sovreccitati, la classica situazione in cui basta niente per fare scattare il delirio.
Così è infatti. “Dite pure che è brutta…ma io Gessica me la scoperei in tutti i versi…”. Bastano queste poche e inequivocabili parole di Marco per farci andare definitivamente fuori di testa. Tempo tre secondi e la macchina si trasforma in un confuso accavallarsi di voci a volume sempre più alto, un guazzabuglio di commenti truci senza alcuna successione logica:
Ma che culo c’ha Sonia? Prima o poi glie lo stacco e me lo metto sul comodino…
Ora tu immaginati un pompino di Gessica…come minimo te lo strappa via di netto…
È impossibile scopare Chiara, ti scopa lei e ti manda in rianimazione…
Sonia è così fica che la prenderei a calci…
E la brunetta come cazzo si chiama? Zitta zitta ma secondo me pure lei fa certi numeri…
A macchina ferma davanti alle Quattro Buche nemmeno riusciamo a scendere, impegnati come siamo a urlarci addosso le presunte virtù da film porno delle strappone.
“Basta! Andiamo al Furia!”, dice Matteo.
Un silenzio assurdo scende improvvisamente tra noi. L’ha detto, Matteo l’ha detto veramente. Sono sicuro che negli ultimi cinque minuti ci abbiamo pensato tutti quanti almeno tre volte, ma lui l’ha detto, l’ha palesato. Quasi non ci credo. Per un attimo vorrei essere già dentro le Quattro Buche con la bocca unta di salame e il grasso del prosciutto tra i denti a soffocare rutti pestilenziali, ma so che non è possibile, so che a questo punto difficilmente torneremo indietro.
Abbiamo bevuto troppo e siamo stati troppo addosso alle strappone per essere in grado di pensare cose anche solo vagamente intelligenti. Per cui andremo al Furia, un locale terribile sepolto tra i capannoni di una terra di nessuno a pochi chilometri da qui, dove ragazze nude, giovanissime e lisce come la seta si esibiscono in improbabili lap dance e per cinquanta euro ti chiudono dentro uno stanzino e ti si strusciano addosso per dieci minuti.
Iomarcoematteo siamo già stati al Furia. Quel posto da capolinea dell’umanità è quasi una tappa fissa per gli addii al celibato. Per gli addii al celibato appunto, quando tutto è concesso, quando anche la cazzata più madornale viene catalogata come goliardata innocente e necessaria. Ma stasera è diverso. Stasera è un qualunque sabato di novembre, e noi stiamo andando a dilapidare tre stipendi per sentirci addosso il culo di una qualsiasi diciannovenne moldava. Tra poco non saremo più iomarcoematteo e ci trasformeremo in allupati della notte, segaioli sfigati, tristi come mignottari di provincia ultracinquantenni strafatti di viagra.
Ma non siamo in grado di rendercene conto. Urliamo un sì corale terrificante e Matteo mette in moto e parte sgommando come un fulminato.
Per chi non c’è abituato il Furia non è così facile da trovare, e dopo aver girato a vuoto mezzora abbondante alla ricerca di un bancomat per Marco, ci perdiamo altre tre volte. Quando arriviamo davanti all’insegna rosa lampeggiante del locale sono già le due. Il parcheggio è praticamente pieno, segno che almeno altre ottanta persone dei dintorni hanno i nostri stessi problemi.
L’ingresso costa venti euro, consumazione obbligatoria, casomai ci si abbassasse disgraziatamente la sbronza. Appena entrati ci passa la spavalderia. Di colpo timidi ci seppelliamo nell’unico divanetto vuoto, il più lontano dai pali della lap dance dove in questo momento si stanno esibendo tre ragazze. Per niente belle e soprattutto tristi. Tristissime. Altre ragazze sostano al bancone delle consumazioni, altre girano tra i divanetti cercando di invogliare i clienti a seguirle, altre ancora riemergono dal corridoio delle stanze dove si tengono i famosi spettacoli privati. Uno speaker truce commenta le esibizioni delle ragazze al palo e invita i clienti a darsi da fare con parole irripetibili.
Andiamocene via, penso, e so che in questo momento lo stanno pensando anche gli altri. Andiamocene via e fanculo i venti euro, siamo ancora in tempo a tornare alle Quattro Buche a sfondarci lo stomaco. Ma nessuno ha quello scatto di coraggio o quel barlume di lucidità per dirlo ad alta voce.
“Ste ragazze fanno un po’ cacare…”, dice Matteo.
L’ha presa un po’ alla larga, ma può essere un inizio, un preambolo alla fuga che tutti stiamo desiderando. Così non è, perché subito dopo viene a farci visita nel nostro divanetto una stangona di un metro e ottanta che brutta non lo è per niente, anzi. Si siede sopra Matteo muovendosi con maestria, e lui ovviamente va subito fuori di testa. Marco si alza per prendere da bere e poco dopo mi alzo anch’io, iniziando a girellare a vuoto per il locale, stordito dalle luci stroboscopiche, dall’abbondanza di pelle femminile nuda e da tutto il rum tracannato da inizio serata.
Non succede niente, nessuna ragazza mi si avvicina. Considerato che il loro lavoro è abbordare maschi in maniera indiscriminata comincio a sentirmi leggermente umiliato. Non vedo più Matteo, forse ha ceduto alle moine della stangona e l’ha seguita in una stanza, mentre Marco è fisso al bancone del bar a consumare drink a ripetizione. Andrà a finire che vomiterà, il che equivale a dire che prima delle sei non saremo mai a casa. Considerato che in questo momento non desidererei altro che sparire sotto le coperte e dormire una settimana abbondante, sconforto e umiliazione iniziano a trasformarsi in incazzatura.
Finalmente mi abborda una ragazza, rialzando la mia autostima attualmente ai minimi storici.
“Facciamo privé?”, dice arruffandomi i capelli, sensuale come potrebbe essere una zia con il nipote, una padrona con il suo gatto. Non mi piace. Ci scambio appena un paio di battute prima di liquidarla con gentilezza.
Segue una seconda ragazza, poi una terza. Niente da fare, mi fanno tutte lo stesso effetto. L’eccitazione di qualche ora prima è andata definitivamente in esilio. Controllo l’orologio, sono già le tre e mezza. Il tempo passa in fretta al Furia. Lo speaker truce urla che tra mezzora chiudono, quindi ci invita a caricare le pile per l’ultimo assalto. Io non carico un bel niente. Penso con sollievo alla chiusura del locale, al fatto che ho salvato il mio portafogli da una debacle ingloriosa. In fondo ho soltanto passato una nottata a girellare a vuoto in un posto squallido. E viste le premesse, il bilancio è positivo. C’è di peggio nella vita.
Sto per uscire e aspettare nel parcheggio i due amici tuttora dispersi quando lei mi afferra la mano. Bastano uno sguardo e un sorriso per rapirmi. Non è l’eccitazione tornata di colpo, né il fatto che lei sia mezza nuda davanti a me. Tra l’altro non è nemmeno bella, ce ne sono almeno venti di ragazze più belle di lei sparse per la sala. Ma lei è diversa da tutte le altre, per come si muove, per come sorride, per come parla, perché non ha addosso quel profumo nauseante d’olio per la pelle. E poi i suoi occhi neri, nerissimi, profondi come pozzi, selvatici e primitivi.
Si chiama Nadia, ha ventitre anni e viene dall’Ungheria. Davanti a questa apparizione miracolosa tutti i miei pensieri di poco prima si dissolvono. Seguirla è inevitabile. Sgancio cinquanta euro a una improbabile maitresse senza battere ciglio e mi lascio portare nel famigerato stanzino del privé. Lì dentro le luci sono basse e soffuse, gelatinate di rosa come la fotografia di un film soft core. L’odore di chiuso si mescola al solito fortissimo profumo d’olio, ma non ci faccio caso. Non sono eccitato, sono sedotto, stregato da chissà quale sortilegio nascosto nelle sue movenze da gatta.
Nadia accenna un paio di passi di danza, mi mette le mani attorno al collo e mi spinge dolcemente contro il muro. Agita il bacino contro il mio, guida le mie mani sulle sue gambe lunghe e nude. Ma io mi sposto e scivolo a sedere.
“Non sembri il tipo che frequenta questi posti”, dice Nadia massaggiandomi il petto.
Infatti non lo sono, ma stasera è andata così. Però non voglio parlare di vuoto, di solitudine e di tutto quello che mi ha portato qui. Voglio parlare di lei e voglio sapere tutto. Allora inizio a chiederle dove vive, con chi vive, da quanto tempo è in Italia, perché fa questo lavoro, quali nostalgie sente quando pensa all’Ungheria, quali malinconie le invadono gli occhi la mattina presto o la sera tardi quando non lavora.
Lei risponde, sorride, ogni tanto prova a iniziare lo show per cui l’ho pagata, ma ogni volta la fermo con una nuova domanda. Nadia allora ricomincia a parlare, limitandosi ad accarezzarmi e a stringermisi addosso.
Dieci minuti passano presto. L’improbabile maitresse entra nello stanzino per annunciarci che il tempo è scaduto. Nadia si stringe sulle spalle, mi guarda come per dire che non è colpa sua se non abbiamo fatto niente. Non penso nemmeno un secondo al fatto che ho speso cinquanta euro per frugare nella vita di una spogliarellista senza nemmeno sfiorarla. Penso solo a spenderne altri cinquanta per stare con lei altri dieci minuti.
La maitresse incassa senza commenti e senza espressioni. Nadia ed io siamo di nuovo soli. Forse per ricompensarmi di tanta generosità si lancia subito all’assalto, determinata stavolta a non sprecare nemmeno un secondo. Ma io la fermo di nuovo. Lei non capisce e chiede: “Ma cos’hai? C’è qualcosa che non va?”.
Lo dice senza ironia, senza esasperazione, ma con una preoccupazione che mi sembra sincera. E sarà questa sincerità, questo inatteso interessarsi ai miei disastri interiori, sarà questo suo sguardo da cui non riesco a staccarmi, sarà che ho bevuto troppo, io scoppio a piangere all’istante.
Eccomi qua allora, trent’anni e cento euro spesi per finire in lacrime come un infante tra le braccia di una puttana ungherese, più o meno alle quattro d’un sabato notte a Ponte Rabbione dove non c’è mai un cazzo da fare.
Dovrei farmi pena da solo, vergognarmi, scappare via, andare a casa a piedi, suicidarmi oppure entrare immediatamente in analisi. Invece resto lì, avvinghiato a Nadia, col viso sepolto nel suo grembo nudo a farmi coccolare e consolare. Lei è dolcissima e mi stringe forte riempiendomi di baci tra i capelli. E io, protetto e rassicurato come forse mai in vita mia, di colpo capisco secoli e secoli di poesie e canzoni e film e romanzi dedicati a prostitute e affini. Vivamus atque amemus, mea Lesbia, e via del Campo c’è una puttana, gli occhi grandi color di foglia e poi ancora quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti e il culo della Gradisca e i capelli di Vassilissa. È che siamo cresciuti sommersi e schiacciati da troppe mamme, mamma mia, mamma tua, mamma televisione, mamma patria, mamma madonna, così tante che a conti fatti una vera non ce l’abbiamo mai avuta. E finiamo così, mai uomini, ma eterni bambini spauriti e bisognosi d’affetto, a reclamare carezze rifugiati tra i seni di donne a pagamento che ci offrono conforto e comprensione senza chiedere in cambio alcun perché.
Quando scade nuovamente il tempo io sarei pure disposto a pagare altri cinquanta euro, ma il Furia sta chiudendo e bisogna uscire. Salutare Nadia è già uno strazio. Vorrei portarmela via e piangerle addosso almeno per un’altra settimana. Mi sembra che nemmeno lei voglia lasciarmi. Ma non è solo una mia impressione, infatti mi dice: “Mi aspetti fuori?”.
Esco dal locale e in mezzo al parcheggio ritrovo Marco e Matteo. Chissà cos’hanno combinato in queste due ore. In questo momento ridono e scherzano con due ragazze del Furia, me le presentano ma dimentico subito i loro nomi, perché nessuna delle due è Nadia, nessuna delle due ha quegli occhi neri e quello sguardo selvatico. Marco e Matteo mi propongono di andare a fare un giro con queste due tipe. Non faccio nemmeno in tempo a parlare che Nadia compare alle mie spalle, abbracciandomi come fosse la mia ragazza. Segue una breve discussione. Nemmeno cinque minuti e ci ritroviamo tutti e sei stipati in macchina di Matteo. La destinazione è ignota ma non importa, quel che conta è che Nadia sia ancora qui con me.
Ci fermiamo in riva al lago, scendiamo, Matteo alza al massimo il volume dell’autoradio e Nadia e le altre due iniziano a ballare. Marco ha un colorito tra il bianco lenzuolo e il verde bottiglia, e come previsto qualche ora prima si allontana per vomitare. Nadia e le altre due invitano me e Matteo a ballare con loro. Io resto impalato, mentre Matteo si lascia andare, le tocca e si fa toccare. Nadia mi si abbandona addosso, mi stringe, mi accarezza e finalmente ci baciamo, un bacio vero, lungo e appassionato.
Dopo qualche minuto una delle altre due strilla: “Andiamo tutti a casa mia!”.
Non so come funziona in questi casi, se le ragazze del Furia sono abituate a chiudere così le serate, a portarsi a casa i clienti che gli vanno più a genio. Non so se bisognerà pagarle. Ma non mi faccio nessuna domanda, sono con Nadia e questo mi basta.
Siamo a casa di questa ragazza in un quarto d’ora. Appena arrivati Marco, ridotto a cadavere ambulante, crolla sul divano della sala e si addormenta. Una delle altre due apre con cura un pacchetto, rovescia il contenuto sul tavolo e con una carta telefonica internazionale prepara cinque piste di cocaina.
Mai presa coca in vita mia, e non ho intenzione di cominciare adesso. Così, per risparmiarle il lavoro, dico subito: “Per me no, grazie.”
“Che bravo ragazzo!”, commenta lei con sarcasmo. La odio con tutto me stesso.
Anche Matteo declina l’offerta. Nadia invece arrotola una banconota da cento euro, si china e con un’unica tirata spazza via tutta la quantità a sua disposizione. Le altre due la seguono all’istante, poi raccolgono i pochi granelli rimasti con l’indice che leccano con avidità.
Ridono come tre matte, un’allegria feroce e rumorosa da cui Matteo e io restiamo ovviamente esclusi. In fondo è così che vanno sempre le cose. Che tu sia ubriaco, fatto di fumo o cocaina o di qualsiasi altra merda possibile finisci sempre per costruire un mondo esclusivo per te stesso e per gli altri stonati, inaccessibile per chiunque non abbia in corpo le stesse quantità di stupefacenti.
Sono a disagio e infastidito. Matteo invece no, si butta tranquillo e allegro in mezzo alle ragazze, scherza, le bacia, le tocca. Cosa faranno adesso, un’orgia? Mi accendo una sigaretta e quasi invidio il sonno ubriaco e immemore di Marco.
Non so quanto tempo me ne sto in disparte a fumare sigarette, depresso e angosciato. Alla fine Nadia si accorge di me e forse impietosita, forse ricordando il mio pianto, mi raggiunge nel cantuccio solitario dove mi sono rintanato. Non dice una parola, mi prende per mano sollevandomi da terra e mi porta in un’altra stanza.
È una camera da letto, ma probabilmente non la usa nessuno visto il forte odore di chiuso che aleggia. Ci baciamo a lungo in piedi contro il muro, poi Nadia scende con le mani fino a slacciarmi i pantaloni. Non riesco a eccitarmi ma Nadia non si scoraggia, si sdraia sul letto e mi invita a seguirla. Ci baciamo ancora muovendoci uno sull’altra. Ma non ce la faccio, non ce la posso proprio fare. È che vorrei essere da un’altra parte, senza le risate spaventose degli altri che vengono dall’altra stanza, senza cocaina sparsa sul tavolo, senza quest’odore atroce di chiuso. Vorrei essere solo con Nadia e i suoi occhi.
Improvvisamente mi stacco da lei e mi metto a sedere sul letto. Mi riabbottono pantaloni e camicia.
“Che fai?”, mi chiede sinceramente smarrita.
Non rispondo. Scuoto la testa e mi accendo un’altra sigaretta.
“Perché non vuoi fare l’amore con me?”, chiede ancora.
“Perché ti amo.”
Mi alzo in piedi e senza guardarla esco dalla stanza, attraverso la sala dove non c’è più nessuno tranne Marco che russa, sbatto la porta con forza alle mie spalle e mi ritrovo finalmente solo nel silenzio del mattino che sorge.

Riccardo Lestini, tutti i diritti riservati

Per il Racconto del mese abbiamo già pubblicato: 

LA RENZITE DALLA A ALLA Z

LESTOrie
... in diretta dal lestobunker... 

LA RENZITE DALLA A ALLA Z

Aficionados carissimi, 
oggi s'inaugura il mese d'ottobre, che ai tempi della Rivoluzione Francese si chiamava Vendemmiaio. 
Noi, lontani anni luce da qualsiasi rivoluzione, e per questo esuli consapevoli e volontari qui nel lestobunker, centinaia e centinaia di chilometri sottoterra, nel consueto spazio quisquiglie e pinzillacchere del mercoledì a sto giro vi si propone addirittura un vocabolario, un dizionario ragionato della "renzite", laddove per renzite s'intende l'universo del PresidenteDelConsiglio-SegretarioPD-PresidenteDelConsiglioUnioneEuropea Matteo Renzi.

Una panoramica a 360 gradi, un prontuario da avere sempre a portata di mano per decifrare, leggere e capire in che razza di Italia stiamo vivendo. 
Ed essendo, dizionari ed enciclopedie, dai tempi dell'illuminismo opere collettive e mai definitive, stavolta oltre che commenti ci aspettiamo, da tutti voi, integrazioni e collaborazioni. 

Nel frattanto, principiamo... 

Alfano, Angelino. 
Ciambellano di corte utilizzato principalmente per operazioni di distrazione di massa. Gli si fanno sparare stronzate di vario ordine e grado che tutti attaccano e irridono, poi interviene il Premier che le smentisce e ne spara subito altre, ma in maniera più simpatica, così nessuno ha niente da ridire.

Articolo 18.
Inutile diritto dei lavoratori conquistato a termine di altrettante inutili battaglie nel maledetto 1970, è attualmente il principale nemico del periodo tarda estate/inizio autunno 2014. Responsabile unico del tasso altissimo di disoccupazione - giovanile e non - in cui versa il paese. La sua cancellazione, farà di colpo impennare l'economia e traghetterà l'Italia fuori dalla crisi. 

Bla bla bla... 
L'importante è dire, parlare sempre. Non importa di cosa. Il resto verrà da sé... 

Brrrrrrr.... 
Suono onomatopeico da emettere per mettere in ridicolo l'intera Magistratura.

Cazzaro
Da ragazzo, ai tempi della scuola, i compagni di classe chiamavano l'attuale Premier "il Bomba". Tutti i più autorevoli studi scientifici concordano nell'individuare nel periodo scolastico la massima formazione dell'ossatura del carattere di una persona. 
Ragion per cui...

Dopo di me l'uragano.
Il vero buon governo consiste nel far continuamente passare il messaggio che non esiste alternativa. In sintesi: puoi anche fare le cose a cazzo di cane, tanto gli altri le faranno peggio. 
Napoleone docet. 

Esci da questo blog!
Unica frase davvero geniale pronunciata dal Premier.

Fare.
Forma verbale da inserire necessariamente in ogni discorso. "Dobbiamo fare questo", "dobbiamo fare quello", "lo faremo", "lo stiamo per fare". L'importante sono i modi e i tempi da utilizzare: imperativo, infinito presente, perifrastica attiva, futuro semplice, futuro anteriore, condizionale presente, indicativo presente. Vietato usare qualunque tempo al passato ("ho fatto questo", "feci ciò", "ebbi fatto questa cosa").

Grillini.
Setta satanica che ha come obiettivo la distruzione dell'Italia. 

Hasthag.
#lavoltabuona; #lasvoltabuona; #cambiareverso; #proviamoci; #cominciamoildomani
Un grande condottiero se ne deve fregare del Parlamento. Deve solo saper usare Twitter.  

Inglese.
Pronunciare "beacause" in maniera fantasiosa. Andare su youtube per credere... 

Liberismo.
Dottrina politico-economica propria del centrodestra, ha fruttato lo storico 41% del PD alle elezioni europee. Se Gaber fosse ancora vivo, avrebbe aggiunto una strofa al suo celebre pezzo "Destra Sinistra". 

Meritocrazia.
Bandiera suprema del renzismo e della renzite. Tutto deve avvenire attraverso la meritocrazia, nel senso che nell'Italia che ha in mente qualunque cosa tu ottenga devi dimostrare sul campo di meritarla. 
Lui, Matteo Renzi, da par suo ci ha tenuto a dare il buon esempio, diventando Premier senza essere passato dal voto...  

Napolitano, Giorgio.
Era il primo della lista delle persone da "rottamare". Da inserire anche sotto la lettera C, alla voce "Coerenza".

Nazareno (patto del).
Passaggio di consegne tra padre e figlio, tra un ventennio e l'altro. 
Ottanta euro.
Progetto di risoluzione definitiva delle magre buste paga degli italiani. 
Risultato effettivo: 41% alle elezioni europee.  

Poteri forti.
Sono i veri nemici del Premier, i veri ostacoli al cambiamento. 
Ma chi sono questi "poteri forti"? Sono i Sindacati, la Magistratura, la Vecchia Sinistra Reazionaria... 
Vi ricorda qualcosa? Anzi, qualcuno?  

Pugnalate.
Chiedere a Romano Prodi. Poi a Pierluigi Bersani. Infine a Enrico Letta.  

Quota 96.
Via libera a un diluvio di pensionamenti. E il consenso s'impenna. 
Poi c'è stato il dietrofront, e migliaia di italiani sono andati in pensione solo per qualche giorno. 
Ma non importa, il provvedimento è stato annunciato, quindi è come se fosse stato fatto. Il consenso si è impennato lo stesso.  

Rivoluzione.
"Renzi è un rivoluzionario". L'ha detto la Biancofiore...    
Rottamatura.
Ne rimarrà solo uno. 
LUI.  

Scuola.
Il Premier assumerà 150mila precari della scuola nel 2015. Altri 40mila nel 2016. 
Nell'attesa, visto che gli ha promesso il posto fisso, può pure togliergli il suddetto lavoro precario e lasciarli definitivamente a casa, abolendo le supplenze brevi e le commissioni esterne agli esami di maturità.  

Senato.
La Rivoluzione Renziana passa per la definitiva e sacrosanta riduzione dei costi della politica, nonché per lo snellimento della burocrazia. 
Perciò, ecco la riforma apocalittica dell'abolizione del Senato. 
O meglio, del Senato elettivo. 
Quindi il Senato ci sarà lo stesso, solo che gli italiani voteranno solo per i deputati. Quindi i costi della politica non si abbattono, ma vuoi mettere la soddisfazione di governare senza opposizione?   

Supercazzola.
"Onorevole, come farà a cambiare l'Italia?"
"Ce la faremo rimanendo noi stessi, liberi e semplici" 
Come dire: antani alla prematurata con scappellamento a destra...

Tv.
Esserci significa apparire (prima legge di Arcore, dal vangelo secondo Bettino)

Ultimi anni.
Non importa quali. La colpa è sempre "degli ultimi anni". 

Voto.
Il voto è il fondamento della democrazia. 
Per questo Renzi governa senza essere votato. 
E per questo della legge elettorale non se ne parla da mesi.  

Zero
Numero di cambiamenti, di svolte, di novità, di provvedimenti e di cose positive introdotte e/o effettuate dal Premier. 

Alla prossima,
il lesto

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