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lunedì 8 settembre 2014

il LestEditoriale. IL PROF (storie di scuola realmente accadute)

il LestEditoriale


IL PROF
(storie di scuola realmente accadute) 



Aficionados carissimi,
ricomincia un'altra settimana e, soprattutto, piano piano settembre s'inoltra, l'estate sfuma in dissolvenza e ci ritornano addosso ritmi e orari della maggior parte dell'anno. 
Tra una settimana esatta ricomincia la scuola, e di conseguenza io, sottoscritto lestoscrivente, ogni mattina lascerò temporaneamente il lestobunker per andare a sproloquiare in qualche aula a discapito di poveri adolescenti ignari. 
Che mica è un anno qualsiasi, sto qua, per il sottoscritto. Trattasi nientepopodimenoche dell'anno fatidico in cui, dopo quasi nove anni di tirocini, specializzazioni, scuole d'ogni ordine e grado, supplenze annuali e graduatorie infernali, alla tenera età di anni 37 entro finalmente di ruolo. 
E cambia poco, in realtà. Cioè, cambia la scuola, cambiano gli studenti, i colleghi, cambia soprattutto l'entità dello stipendio. Ma il lavoro, il modo di lavorare, quello no, non cambia mica.
Come ogni settembre da nove anni a questa parte mi ritrovo a scartabellare appunti e libercoli, a scribacchiare qua e là spunti che reputo interessanti da infilare nel programma. 
E scartabella che ti scartabella mi risalta fuori un articolo che avevo scritto esattamente due anni fa. Un articolo che mi pare quanto di più adatto ci possa essere alla vigilia dell'inizio di un nuovo anno scolastico. 
Ma soprattutto, un articolo che spiega per filo e per segno cosa sia la scuola per me, cosa sia per me il lavoro di insegnante. 
E allora, per una volta, lascio stare il Maiale Grasso e tutta la compagnia, lascio stare i resoconti settimanali della vita del blog e lo ripubblico, così com'è, senza cambiare una virgola. 
Perché il mio pensiero, ruolo o non ruolo, non è cambiato di una virgola. 
Il titolo dell'articolo era "Il Prof. Storie di scuola realmente accadute". 
Eccolo a voi: 
 
Quando ho iniziato a lavorare a scuola avevo appena compiuto 28 anni. In realtà era già diverso tempo che bazzicavo le scuole. A 24 anni avevo cominciato a lavorare come ‘educatore teatrale’ o ‘animatore’ che dir si voglia (a seconda della dicitura che i miei datori di lavoro scrivevano in quei contratti rigorosamente co.co.pro) nelle scuole d’ogni ordine e grado: materne, elementari, medie e superiori, pubbliche, parificate e priva
te. Ma era un’altra cosa. Anche se alcuni miei allievi abituati alle formule di rito mi chiamavano prof (o ‘maestro’ se si trattava di bambini), il lavoro che facevo era radicalmente diverso da quello del professore. Facevo un laboratorio teatrale, insegnavo a recitare, allestivo un saggio e facevo debuttare i ragazzi in scena davanti a un pubblico. Era un’avventura che, loro per primi, indipendentemente dalle mie qualità o capacità, vivevano come qualcosa di assolutamente esaltante. L’attività che gli proponevo era, a priori, una liberazione, una rottura della routine scolastica benedetta dal cielo. E quasi sempre le lezioni si svolgevano di pomeriggio, quindi al di fuori delle caselle costrittive dell’orario di scuola. In più, non era un’attività obbligatoria come le altre materie, non c’era uno scrutinio, un voto, un esame finale da sostenere. Erano loro a scegliere di farla, spontaneamente e liberamente.
Fare il professore sarebbe stato per forza diverso. Nessuna scelta: sarei arrivato lì e loro avrebbero dovuto accettarmi e sopportarmi, che lo volessero o no. Che lo volessero o no, si sarebbero dovuti sciroppare le mie lezioni di italiano, latino e quant’altro, sopportare i miei giudizi sui loro temi, sopportare i miei voti, sopportare le ore che il destino gli avrebbe imposto di passare con me.
Eppure insegnare, fare il professore, era il mio sogno da tanto tempo. Non mi ci sono trovato, non ho iniziato per caso e non è stata una scelta di ripiego. È un lavoro che ho cercato, che ho sudato per ottenere, che ho smaniato e sperato. Non so dire di preciso quando ho capito che mi piaceva davvero insegnare, che era il lavoro della mia vita. Credo sia stato ai tempi dell’università, più o meno a metà percorso, quando aiutavo amiche e amici di qualche anno più giovani di me a superare esami che avevo già sostenuto. Forse accadde proprio quel giorno torrido di inizio estate nel 1998, poco prima di partire per un viaggio assurdo che mi avrebbe portato fin nel deserto del Marocco. Una ragazza di cui ero perdutamente innamorato mi telefonò disperata e in preda all’ansia: doveva sostenere uno dei famigerati “esamoni”, quelli vecchio ordinamento che contavano in programma qualcosa come venti-venticinque libri. Mi chiedeva aiuto. Mosso più dall’amore che dalla voglia di passare una giornata di sole a ripassare un programma infinito e complicato, mi precipitai a casa sua. Iniziammo a ripassare. Lei mi disse quali erano i punti centrali in cui non riusciva a capirci niente. Provai a spiegarglieli con le stesse parole che conoscevo, con le stesse parole con cui avevo studiato quella roba due anni prima, con le stesse parole che avevo usato per ripeterle al professore il giorno del mio esame. Niente, non capiva. Non capiva proprio. Rispiegai, una, due, tre volte. Senza risultati. Cominciavo seriamente a innervosirmi. Come era possibile? Perché non capiva? Eppure quella roba l’aveva studiata, glie l’avevo ripetuta dieci volte, lei non era una stupida. E io non so davvero come, ma improvvisamente capii. Capii cosa volesse dire insegnare e perché mi piaceva così tanto. Capii che insegnare non voleva dire ripetere a una, dieci, venti, trenta persone delle nozioni nel modo e con le parole che io conoscevo, con le parole, gli schemi e le strutture che io sapevo. Capii che insegnare voleva dire esattamente il contrario. Capii che insegnare per prima cosa voleva dire essere lo studente dei tuoi studenti, nel senso che prima di tutto occorre capire chi hai di fronte, imparare il loro modo di pensare, di sentire, di vivere. E poi cercare il modo migliore per spiegargli le cose, che non è quasi mai il tuo modo, ma un altro, completamente diverso, che devi inventare, creare, modellare a seconda delle persone che hai davanti. Solo così le materie che insegni si accendono, diventano vive, generano interesse, entusiasmo, comprensione, stimoli continui. Così feci quel giorno. E quella ragazza capì, e superò brillantemente l’esame. E io provai una soddisfazione che non ho mai scordato. Credo davvero che quello fu il giorno in cui capii quale sarebbe stato il mio lavoro del futuro. Ma credo ugualmente che l’idea, e la voglia, di fare il professore sia ancora più antica, risalga addirittura ad anni indietro.
Università esclusa, dove ho macinato esami e voti altissimi come un carro armato, sono stato un pessimo studente. Alle medie e al liceo ero uno di quegli studenti discontinui e inclassificabili, insofferenti e casinisti. Potevo prendere 9 o 4 nell’arco di un giorno, a seconda di come mi girava. Facevo e studiavo solo le cose che mi piacevano e che mi entusiasmavano.Le altre, mi rifiutavo categoricamente. Poi ero furbo, perciò, quando le cose si mettevano male mi sottoponevo a pomeriggi devastanti di autotortura per recuperare i brutti voti. E per fortuna, ce l’ho sempre fatta. Credo che anche questo mio essere ‘studente schizofrenico’ sia stato determinante nella mia futura scelta d’insegnare. Perché non è che studiassi le cose che mi piacevano, ma le cose che mi facevano piacere. Mi spiego meglio. Oggi sono un professore di lettere. E la mia passione per la poesia, la scrittura, la letteratura, l’arte, è antichissima. Credo d’esserci nato. Non mi ricordo d’aver mai passato un giorno, negli ultimi trent’anni di vita, senza un libro in mano, senza aver scritto almeno un paio di righe. Ho sempre letto e scritto come un ossesso, incessantemente. Eppure anche in italiano e nelle materie che oggi insegno ho avuto i miei problemi. Perché più che la materia era determinante il professore. Mi spiego. Nel periodo delle medie leggevo qualcosa come quattro, cinque romanzi al mese. Eppure alla mia professoressa di lettere non importava niente. Avrei avuto miliardi di cose da dirle, miliardi di collegamenti, intuizioni, ricerche da proporre. Ma a lei interessavano le tabelle cronologiche delle dinastie carolingie e merovingie, a lei interessava che noi ripetessimo la vita del Manzoni con le sue stesse identiche parole, che commentassimo “I Promessi Sposi” con il suo stesso identico punto di vista. Come potevo studiare con passione? Come poteva interessarmi quella noia mortale? Come potevo trovare appassionante quel ripetere ossessivo mnemonico e nozionistico? E poi i temi. Adoravo scrivere, ma non c’era spazio per il nostro libero pensiero, potevo scrivere solo quello che la professoressa voleva scrivessi, quelle parole, quei pensieri. Non credo di aver mai preso più di un 6 striminzito. Anche il primo anno di liceo fu abbastanza simile. A differenza delle medie, studiai molto quell’anno, ma non certo per passione o per entusiasmo. Studiai per terrore, quel terrore incredibile che riesce a incutere a chiunque l’ambiente cupo e severo del liceo classico (quasi tutti i licei classici sono situati in ex conventi medievali, e sicuramente qualche aula era una vecchia stanza di tortura). In quinta ginnasio invece la mia vita cambiò. Mi ritrovai in sorte un professore di lettere che mi fece capire praticamente tutto. Un professore meraviglioso che s’interessava prima di tutto a noi, che non ci considerava dei numeri, che non era schiavo di voti e cifre, che ci invitava a tirare fuori i nostri pensieri e le nostre passioni. Posso dire senza esagerazioni che se non l’avessi incontrato la mia vita sarebbe senz’altro stata diversa. Se non l’avessi incontrato, probabilmente, la scuola sarebbe riuscita a uccidere per sempre le mie naturali passioni, la scrittura, la lettura, la poesia. Quell’anno meraviglioso che passai con lui mi fece capire il segreto: il mestiere del professore non è quello di dispensare il proprio sapere, ma quello di tirare fuori il meglio che abita nell’animo dei suoi studenti. E forse fu proprio durante quella indimenticabile quinta ginnasio che, pur se inconsapevolmente, decisi che da grande avrei insegnato anch’io.
Così a 28 anni appena compiuti iniziai a insegnare. Vista la situazione della scuola italiana, questo è un lavoro che inizia senza preavviso, improvvisamente, da un giorno all’altro. Prendi un’abilitazione, ti iscrivi alle graduatorie e poi aspetti, aspetti e aspetti. E proprio nel momento in cui proprio non ci pensi, una scuola ti chiama per offrirti un incarico immediato, sul momento. A me toccò l’incarico peggiore che può capitare a un professore esordiente: una sostituzione in corsa. Presi servizio il giorno 10 gennaio del 2005, alle otto e trenta del mattino. La classe era una terza, il numero degli alunni 27, la materia italiano. Ereditavo registri, voti e valutazioni di un’insegnante esperta e navigata che aveva appena ottenuto trasferimento in un’altra città. Un incubo. Dopo mesi e anni che sognavo e aspettavo questo lavoro, di colpo ero nel panico più assoluto. Abituati a una prof esperta, avrebbero senz’altro notato la mia inesperienza. Avrebbero fatto paragoni, l’avrebbero rimpianta, non sarei stato capace di fare un bel niente. Inoltre li avrei conosciuti nel momento peggiore: devastati da venti giorni di vacanze di natale, svogliati e per niente disponibili.
Ricordo che entrai in classe con le gambe che mi tremavano. C’era un brusio incessante, si stavano raccontando le vacanze, ridevano, scherzavano, si provocavano. Eccomi qua, avrei dovuto dire, sono lo stronzo che sostituirà la vostra amata prof, lo stronzo chiamato dal provveditore a interrompere questo vostro splendido momento conviviale. Non mi ricordavo nemmeno se dire buongiorno o buonasera. Non mi ricordavo nemmeno cosa fosse l’appello. Li salutai con la voce rotta in gola, calò un silenzio improvviso e insostenibile e io mi spaventai ancora di più. Dissi alcune cose vagamente insensate per cinque minuti, giocherellando ossessivamente con la penna per nascondere il mio imbarazzo. Volevo morire. Così non andava. Non andava proprio. Presi fiato e restai qualche minuto in silenzio, con i miei 27 alunni che si guardavano e mi guardavano spaesati e interrogativi. In quella pausa riaffiorarono come per magia nella mia testa immagini e sensazioni. Immagini e sensazioni di quella quinta ginnasio, immagini e sensazioni degli occhi dei miei compagni d’università mentre gli spiegavo gli appunti per gli esami, immagini e sensazioni degli studenti che avevo avuto a ripetizione. E capii che ero finalmente un professore e che non dovevo far altro che mettere in pratica le cose in cui avevo sempre creduto. Non dovevo far altro che guardarli negli occhi e partire da loro, dai miei splendidi 27 primi studenti. E uno per uno iniziai a chiedergli chi fossero, da dove venissero, che passioni avessero. Quando suonò la campanella nemmeno mi ero roso conto che fosse passata un’ora.
Quello fu un anno davvero magnifico. Indimenticabile.
Oggi, quasi sette anni dopo, ogni primo giorno di scuola, prima di mettere piede in una nuova classe, continuo ad avvertire quella vaga sensazione di tremore alle gambe. Non è terrore, ma voglia di far bene, voglia di essere con loro e non contro di loro. E oggi, quasi sette anni dopo, continuo ancora a fare la stessa cosa: parto da loro, da chi sono, cosa vogliono e cosa sognano. Parto da quel meraviglioso e infinito pozzo di luce, sensibilità e sorprese che sono i miei studenti, nuovi e vecchi, tutti quelli che ho la sfacciata fortuna di ricevere in dono dalla vita.
 
Alla prossima,
IL LESTO

Per contattarci potete scriverci a:
lestiniriccardo@gmail.com

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martedì 5 agosto 2014

LA SCUOLA ITALIANA OMOFOBA E SESSUOFOBA


LestOpinioni

LA SCUOLA ITALIANA OMOFOBA E SESSUOFOBA



All’inizio degli anni novanta, quando facevo la quinta ginnasio, a scuola arrivò Lupo Alberto.

Erano altri tempi, senz’altro. Internet e i telefonini non esistevano, per sapere qualcosa, quando la si voleva sapere, ci si affidava ai libri o si chiedeva a qualcuno più grande nella speranza di potersi fidare, per telefonare a qualcuno da fuori casa si usavano le cabine e le schede telefoniche da cinquemila lire. Le stragi di Capaci e via d’Amelio erano alle porte ma ancora non erano accadute e, pur scricchiolando paurosamente sotto i primi colpi di Tangentopoli, la Prima Repubblica era ancora in piedi.

Per lo più si viveva tra residui più o meno stinti degli anni ottanta disseminati un po’ ovunque, come la tragedia dell’eroina, la disinformazione sulla sfera sessuale e l’incubo dell’AIDS.



Così arrivò Lupo Alberto, questo buffo e romantico antieroe rubacuori e ladro di polli, che dai fumetti in edicola balzò dentro divertenti opuscoli informativi scritti e disegnati apposta per noi adolescenti a spiegarci come fregare l’HIV, come usare le debite precauzioni. E, soprattutto, come usare il preservativo. Che noi, anche se oggi può sembrare assurdo o semplicemente buffo, lo sapevamo mica com’è che funzionasse tutta la storia.

Di sesso, intendo a livello educativo e informativo, non se ne parlava mai, in nessun ambito della nostra vita quotidiana. Si campava di leggende metropolitane, di sentito dire, di racconti truci ascoltati al bar, tra desideri e paure, speranze e terrori. Giornaletti e videocassette porno poi, complicavano il tutto, mostrandoci eserciti di superdotati che compivano le imprese più mirabolanti mettendoci addosso più perplessità che rassicurazioni, più ansie che soluzioni. Ma niente e nessuno che ci fornisse uno straccio di mappatura e di orientamento tra la nostra voglia di scoperta dell’altro e la paranoia delle malattie e di gravidanze indesiderate.

Il profilattico, questo sconosciuto, ci si vergognava a comprarlo, come fosse un delitto. All’epoca, tanto per farvi un’idea, molti di noi a quindici-sedici anni non avevano ancora nemmeno capito che il preservativo si dovesse mettere soltanto dopo aver raggiunto l’erezione. Un mio caro amico, una fredda domenica dell’inverno 1992, andò in treno a Roma per incontrare dopo mesi di lettere spasimanti una ragazzina conosciuta al mare l’estate prima. Visto che lei aveva casa libera, speranzoso di concludere e per non apparire uno sprovveduto inesperto ai suoi occhi, per fare pratica lo sciagurato trascorse l’intera tratta ferroviaria Orvieto – Roma Tiburtina in piedi, nel cesso del treno, nel disperato tentativo di capire come mettersi il preservativo. Il problema fu che ci provò senza avere un’erezione. Non capendo il perché dei ripetuti fallimenti, incazzato e sconfitto, buttò via una scatola intera.



Quindi gli opuscoli di Lupo Alberto servivano. Eccome se servivano. Perché ci spiegavano proprio queste cose qui con ironia, leggerezza, soprattutto in un modo completamente libero e lontano da quel senso tragico e morboso di punizione cattolica nei confronti del sesso e del corpo di cui, la società italiana, è intrisa da sempre.

Manco a dirlo, Lupo Alberto e la sua lotta militante contro l’AIDS furono boicottati, in ogni modo. L’allora ministro DC Rosa Russo Iervolino si rifiutò di firmare il decreto per il via libera degli opuscoli nelle scuole (troppa gioia e leggerezza in materia sessuale si sa, è pericolosa, capace che poi i ragazzi si mettano davvero a scopare in maniera sana, meglio che si droghino e si ammalino) e altri esponenti di governo si lanciarono in dichiarazioni clamorose. Come il capolavoro del ministro della Sanità, DC pure lui, Donat Cattin, che arrivò a dire “i profilattici servono a poco, perché sbordano”. Sbordano? Sbordano?? Che cosa vuol dire sbordano??



Erano altri tempi, comunque. Oggi è il 2014, qualunque tipo di notizia e informazione è reperibile in un nano secondo on line, è possibile comunicare con chiunque e in ogni dove nel tempo di un clic, non solo è finita la Prima Repubblica ma, pare, è finita pure la Seconda.

Di Lupo Alberto, sembra non ce ne sia davvero più bisogno.

L’unica cosa immutata è che io sono sempre a scuola, come venticinque anni fa. Solo che sto dall’altra parte della barricata, da insegnante.



Di scuola, sui vari mezzi di informazione, se ne parla più o meno tutti i giorni. Si parla di bullismo, di Bisogni Educativi Speciali, di computer nelle aule, della fatiscenza degli istituti, del fancazzismo di noi professori, dell’ignoranza dei ragazzi.

Di sessualità e soprattutto di educazione sessuale no, se ne parla meno o non se ne parla per niente. Forse perché si pensa non ce ne sia bisogno. Eppure la mia sensazione, la sensazione di uno che nella vita non è mai uscito dal tunnel delle aule scolastiche, è che la situazione, rispetto ai tempi in cui ero studente, non solo non sia migliorata, ma sia addirittura peggiorata.



Di certo l’informazione in materia è almeno centuplicata rispetto a vent’anni fa, ma è un bombardamento di notizie e immagini confuso, contraddittorio, completamente acritico e privo di criterio. In due parole, inutile e dannoso.

E quel senso gigantesco di morboso nei confronti del sesso è sempre là, magari diverso, con addosso gli abiti dell’esibizionismo più feroce, ma c’è. Il moltiplicarsi dei selfie in pose conturbanti e ammiccanti tra gli adolescenti non è indice di liberazione sessuale, ma dell’esatto contrario. Perché i ragazzi hanno sempre più paura del loro corpo, del corpo dell’altro, sono incapaci di conoscere e riconoscere la dimensione della sessualità in maniera naturale, pulita, gioiosa. Noi eravamo confusi e impauriti. Loro sono addirittura tristi, per niente sereni, schizofrenici, dibattuti tra esibizione e repressione.



Venti o trent’anni fa la DC portava avanti una crociata anti profilattico che agli occhi di oggi può giustamente far sorridere.

Ma non più tardi di un anno fa, alla proposta della giunta della Provincia di Milano di installare distributori di preservativi a prezzi popolari nelle scuole superiori di tutto il milanese, è seguita una vera e propria insurrezione da parte dell’Associazione dei Genitori, che “ispirandosi all’etica cristiana” (testuali parole del comunicato), ha bloccato e boicottato il provvedimento ritenendolo contrario alle finalità del percorso educativo cui è preposta l’istituzione scuola.

Ma, mi chiedo, se il percorso educativo cui è preposta l’istituzione scuola non educa alla vita quotidiana, che razza di scuola è?

Vent’anni fa si boicottava Lupo Alberto, oggi si boicottano i distributori automatici di contraccettivi. Cos’è cambiato? Nulla, tranne il fatto che all’epoca vivevamo in una società semplicemente sessuofoba, oggi, tempi del cyber sex e dell’erotic selfie, viviamo in una società sessuofoba e sessuomane al tempo stesso, senza soluzione di continuità.



E le cose vanno ancora peggio se ci trasferiamo nel campo dell’omofobia.

L’omosessualità resta un tabù gigantesco, insormontabile, anche e soprattutto all’interno della scuola.

Nelle programmazioni didattiche di inizio anno, dalla scuola primaria fino alla media superiore, si moltiplicano come funghi progetti sull’educazione alla diversità, sull’integrazione e la cooperazione tra culture e religione diverse. Poi magari, nei fatti, restiamo la solita società becera e razzista, ma almeno la scuola ci prova.

In materia di omosessualità no, non ci prova nemmeno. Si possono varare progetti su diversità di ogni ordine e grado, tranne che sulle diversità sessuali.

Da insegnante eterosessuale ho la fortuna di poter rispondere sinceramente e serenamente quando i miei studenti mi pongono innocenti domande sulla mia vita privata. Posso dire che ho una compagna, ad esempio, posso dire come si chiama, posso dire che non abbiamo figli ma li vorremmo. E via dicendo. I miei colleghi omosessuali no, non possono farlo. Sono costretti, per non far scoppiare lo scandalo, a far calare ombre di assurdo e totale mistero e silenzio, se non di menzogna, sulla loro vita privata, a nascondersi quando escono la sera con il loro partner per paura di incontrare qualche studente. Un’imposizione a volte non solo nei confronti degli studenti, ma spesso e volentieri pure con gli stessi colleghi.



Non più tardi di due settimane fa il comune leghista di Verona, capitanato dal sindaco Flavio Tosi, ha approvato ad ampia maggioranza un provvedimento di intervento immediato nelle scuole di competenza comunale per segnalare gli insegnanti che a scuola abbiano l’ardire di parlare di omosessualità.

Testualmente, il coordinamento delle famiglie, secondo questo decreto, avrà l’onere di raccogliere “segnalazioni sui progetti dedicati all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sul materiale didattico, che risultino in contrasto con i loro principi morali e religiosi”.

Il motivo di tale provvedimento sarebbe, secondo il consigliere comunale Alberto Zelger, “l’aggressione culturale cui da troppo tempo è sottoposta la famiglia naturale”.



Il Ministero, davanti a tutto questo, tace e non interviene.

Impegnato com’è a dibattersi tra quote 96, pensionamenti, immissioni in ruolo e aggiornamenti di graduatorie, non ha tempo di occuparsi di simili questioni etiche.

Così facendo però, possiamo pure risolvere, o almeno tamponare, il dramma urgente e impellente del precariato e della collocazione degli insegnanti, ma l’altro dramma della scuola, quello della sua funzione all’interno della società, lo condanniamo all’oblio e al disastro senza soluzione.

Uno stato che creda fermamente nell’istituzione scuola, nell’istruzione come fondamento di una società civile e libera, deve anzitutto promuovere la crescita e il progresso dei contenuti, anziché tacere, e quindi acconsentire, su provvedimenti da Santa Inquisizione.



Ai miei occhi, è ancora valido il principio illuminista secondo cui una scuola intelligente è il fondamento di una società intelligente.

Ai miei occhi appunto, non a quelli del Ministero, che favorendo una scuola sessuofoba e omofoba benedice una società del futuro sempre più omofoba e sessuofoba.



IL LESTO



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lestiniriccardo@gmail.com
 

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